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La Catapulta Umana e Le gobbe del cammello di Marco Buonomo

“Che dio benedica gli Stati Uniti d’America perché hanno inventato la Coca-Cola!!”

La Catapulta Umana e Le gobbe del cammello di Marco Buonomo

23 Dicembre 2015

di Marco

“Che dio benedica gli Stati Uniti d’America perché hanno inventato la Coca-Cola!!” esclama il ragazzo ucraino che abita in Cina, che ha vissuto la sua adolescenza negli Usa e che ora, libertino, vacanzeggia senza moglie e figli in Kirghizistan, mentre sorseggia in gran quantità la celebre bevanda frizzantina che lo terrà sveglio per le 11 ore di viaggio che ci aspettano da Osh a Bishkek, la capitale. “Ne ho comprati quattro litri e mezzo, così non dovrò fermarmi neanche per mangiare!” prosegue. E ti credo bene!!! Penso tra me e me mentre osservo i suoi tic nervosi che si accentuano man mano che ingurgita caffeina e la sua pancia che vibra senza sosta come una grossa gelatina. A parte stili di vita e ideologie diverse, l’ucraino si rivela una piacevole compagnia per l’interminabile tragitto da percorrere. A Bishkek, AT House, è un vero e proprio covo di cicloturisti di tutte le razze e specie. Sono una coppia bulgaro-canadese che ospita, in inverno tramite warmshower, e in estate, a pagamento, mettendo a disposizione il giardino per campeggiare, una bella doccia calda, una cucina, mappe, libri, internet e un angolo per risistemare le bici messe a dura prova dai pesanti sterrati tagiki e kirghizi. A Bishkek si prevede una lunga permanenza, io dovrò aspettare di rimettermi completamente in sesto prima di avvicinarmi di nuovo alle due ruote e poi c’è da fare il visto cinese, uno dei più difficili da ottenere in viaggio. Ispirati da Beccy e Rob, la coppia inglese conosciuta a Baku e ritrovati quaggiù, proponiamo ad At House di dare una mano, nel mio caso nel vero senso della parola, in cambio di ospitalità gratuita. Affare fatto! Intanto il mese di riposo indicato dai medici è passato, posso ora iniziare con la fisioterapia. Faccio degli ulteriori controlli e visito un ortopedico. Mi tasta, mi muove e poi dice: stai bene, puoi levare il fascicollo e iniziare con gli esercizi. Tutto contento torno a “casa” per dare la lieta notizia. Nel giro di 24h però la situazione cambia ed è l’inizio di un lungo periodo di dolori fortissimi e inarrestabili. Uno specialista che parla molto bene inglese mi prospetta addirittura un’operazione e in ogni caso, con o senza intervento, non guarirei prima di un paio di mesi. Le carte in tavola sono cambiate, a saperlo prima avrei valutato diversamente le mie scelte, ma non si può tornare indietro e fa capolino l’idea di rientrare in Italia a curarmi. “Marco se tu rientri io che cosa faccio?” mi chiede Tiphaine e me lo chiedo anch’io mentre le nostre menti, spiazzate, provano ad abituarsi a questa nuova ipotesi. A casa c’è già la mia famiglia che mi accudirà e Tiph non è una persona che riesce a stare ferma per molto tempo. “Tiph, se fosse stato il contrario, io avrei continuato da solo” le dico. Ci riflettiamo per un po’, mettiamo ansie e paure da parte e alla fine perché no? E poi in viaggio non si sta mai veramente soli. “Ti raggiungerò non appena mi rimetto in sesto” le dico. Un paio di mesetti e tornerò più forte di prima. Inizia una nuova avventura per me che rientro, ma soprattutto per lei che continuerà in solitaria.
Rientro di lusso, l’assicurazione prevede un biglietto in business. Le poltrone sono larghe e comode, le hostess ti sorridono sempre, ti chiedono se possono avere il piacere di piegarti la giacca e ti servono un aperitivo di benvenuto a bordo. Per i pasti si può addirittura scegliere cosa mangiare, con tanto di opzioni per vegani e non. E per le bevande non c’è limite, ne puoi ordinare a volontà, meglio arrivare assetati! Si decolla e in breve ritroviamo il sole perduto, era nascosto dalla fitta rete di nuvole che rendeva grigia e uggiosa la giornata sulla capitale kirghiza. Un folto tappeto bianco ovattato è sotto di noi e raggi di luce si manifestano in tutto il loro potere, sembra andare in paradiso. Dalla visuale del mio finestrino scorgo le cime del Pamir, le sterminate steppe kazake, vedo perfino l’ormai prosciugato mare d’Aral e le stradine percorse nel deserto prima del mar Caspio, e poi la Georgia, la Turchia… Come il riavvolgimento di una videocassetta fatta andare alla massima velocità scorrono sotto di me ricordi, paesi, nazioni, continenti…non mi sembra vero! Come un’ora di auto corrisponde a un giorno di bici, così 60 minuti di aereo corrispondono ad un mese di pedalate. Nove mesi di cammino (da quando abbiamo lasciato l’Italia) in nove ore di volo. Dalle altissime vette tagike al Vesuvio in una sola giornata. Spazio-tempo si annullano e mi ritrovo proiettato come in Star Trek in una nuova dimensione. La gente mi capisce quando parlo, ora devo stare attento a non far uscire dalla bocca tutto quello che mi passa per la testa, le strade sono lisce, asfaltate. Interminabili scie rosse da un lato e gialle dall’altro sono formate da mille scatolette a quattro ruote che si sostituiscono a pecore, asini, cavalli e mucche. Ognuno con il proprio veicolo, ognuno con i propri pensieri, ognuno che pensa a sé, ognuno avulso da tutto il resto. Dove sono finiti gli alberi? Dove sono i fiumi, i laghi, le montagne, la sabbia, i paesaggi sconfinati? Intorno a me è tutto artificiale, l’aria ha un sapore strano e la mia attenzione è distratta da mille luci, immagini e suoni. Mi sento spaesato, confuso! No, non mi sto sbagliando, mi trovo nel posto giusto, quella è la mia famiglia. Mi sembra di essere atterrato su un altro pianeta, eppure sono a casa!