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Un thé a Samarcanda

Pedaliamo e alziamo il pollice per ritrovarci nuovamente insieme a Dushanbè per un’ultima settimana di vacanza in famiglia.

Un thé a Samarcanda

12 Ottobre 2015

di Tiphaine

La notte del 15 Agosto 2015, il mio cuore batte forte, sento delle voci familiari che vengono dalla strada, il rumore di una valigia che avanza. Sono contentissima, sono arrivati ! Mesi fa ci eravamo detti, a presto per un tè a Samarcanda. Ma all’epoca non avevamo ancora il nostro visto uzbeko ed un mare e più di 1500km ci separavano dal luogo d’incontro. Un ultimo ostacolo proprio ieri, l’hotel non voleva accettarci a causa delle nostre carte non in regola (in questo Paese i turisti devono forzatamente registrarsi ogni 3 gg in un albergo, cosa difficilmente immaginabile per chi viaggia in bici)…arrivano dei militari, per fortuna non dobbiamo andare noi all’ufficio preposto, ma il nostro viaggiare in bici è un lascia passare, il tempo di spiegare la situazione e tutto rientra nella norma. Apro la porta, guardo a destra : niente. A sinistra : eccoli là ! Un’onda di euforia mi attraversa, abbraccio finalmente i miei genitori.

Cominciano le tre settimane di vacanze : Samarcanda e il suo Registan, Nukus e il suo museo d’arte della collezione di Savitsky, Khiva e il suo minareto incompleto, Bukhara e le sue madrase…I miei genitori sono dei viaggiatori, conto sulle loro capacità di adattamento, abbiamo riservato loro qualche piccola sorpresa fuori dai sentieri battuti. Li porteremo a Qipchoq sulle rive dell’Amudaria, ci passammo 15 giorni fa in bici. Eravamo appena usciti dal deserto e innanzi a noi ci apparve questo grande fiume in cui degli uomini si facevano il bagno al tramonto. Il tempo di appoggiare le bici e ci immergiamo anche noi per pulirci dallo spesso strato di sudore e polvere che ci ricopriva. Ovviamente per rispettare le tradizioni locali, entro in acqua vestita (così faccio due cose in uno), ma quando esco tutti iniziano a ridere…la mia camicia, cotta dal sole del deserto, si è stracciata da sopra a sotto con il peso dell’acqua. Un gruppo di amici ci invitò inseguito a mangiare del pesce in loro compagnia. Attraversiamo il fiume su di un ponte galleggiante fatto di lamiere saldate tra loro, poi ci fanno scoprire questo luogo magico dove servono del pesce fritto a più non posso e del tè all’acqua dell’Amudaria su delle piccole imbarcazioni riparate alla meglio e allestite con i tradizionali tavolini bassi, materassini di cotone e cuscini. A banchetto concluso ci preparano delle « zanzariere uzbeke » là stesso dove abbiamo mangiato, atmosfera incantevole, notte da sogno sul fiume. Quando ci ritorniamo con mamma e papà, i proprietari del ristorante ci offrono persino un giro in barca…che quasi finiva con un tutti in acqua se non fosse che il capitano senza perdere la calma, al « glugluglu » dell’acqua che entrava nello scafo ci riporta tranquillamete sulla terra ferma con una manovra degna di uno dei film di James Bond degli anni 60′.

Per percorrere le lunghe distanze uzbeke, i binari, sui quali fila il treno di notte, sono sicuramente più comodi delle strade dissestate (i turisti in generale prendono un aereo da una città all’altra, ma non è molto divertente). Ci hanno venduto dei biglietti di prima classe, in quanto abbiamo capito (grazie al mini vocabolario russo regalatoci da mio nonno) che erano gli unici posti rimasti disponibili. I miei genitori sono piuttosto contenti, pensano alle loro vecchie ossa. Ma quando entriamo nel compartimento papà e Marco hanno l’impressione di essersi fatti fregare. Degli studenti che parlano bene inglese ci aiutano a chiarire la situazione..si tratta effettivamente della prima classe…il treno è dell’era sovietica. Nonostante tutto apprezziamo l’estrema pulizia dei compartimenti, la solidità dei materiali con i quali sono fatti e la mitica ed immancabile teiera all’inizio di ogni vagone. Al ristorante ci servono un vero e proprio pasto, proprio l’opposto delle minute porzioni dai prezzi esorbitanti di Trenitalia. Cado in un sonno profondo cullata dai movimenti del treno che scivola nella notte sull’imensa distesa desertica.

A Samarcanda assistiamo per caso ad una prova di concerto in una moschea, gli uomini suonano degli strumenti tradizionali uzbeki e cantano alternandosi con le donne, hanno delle voci possenti: ci fanno tremare.

A Khiva, dormiamo al B&B Muros che ha tutta una storia a sè (da leggere «A Carpet Ride to Khiva: Seven Years on the Silk Road» di Christopher Aslan Alexander) e soprattutto una terrazza sul tetto che gode di una vista impareggiabile sulla vecchia città. Ne approfittiamo con dei memorabili aperitivi al tramonto del sole che colora di rosa le case in terra e il minareto dalle pietre verdi turchese.

A Bukhara, mamma e papà testano per la prima volta il couchsurfing per una notte, la loro esperienza di medici è ben apprezzata dai nostri ospitanti che si preoccupano per la loro madre. Nella fiabesca atmosfera dell’hotel Amulet, realizzato all’interno di una vecchia madrasa, mamma e Papà ci impartiscono lezioni di meditazione e yoga per ammorbidire i nostri rigidi corpi da ciclista. Dopo tutti questi apprezzatissimi giorni di comfort, è arrivata l’ora di rispolverare le nostre bici e riprendere la strada.

L’estate sta per finire, partiamo per il Tajikistan per poter passare i colli a più di 4000mt d’altitudine in tempo prima che vengano ricoperti di neve. Pedaliamo e alziamo il pollice per ritrovarci nuovamente insieme a Dushanbè per un’ultima settimana di vacanza in famiglia.