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Mal d’Africa di Ilaria Moschese

Mal d’Africa

di Ilaria Moschese

diario di un’esperienza emozionante…

Il 3 luglio 2011 sono partita per fare un mese di volontariato nell’estremo nord-ovest del Camerun, ai confini con la Nigeria.

Decisi di accompagnare un mio caro zio, Antonio, missionario per più di venticinque anni, in quella che sarebbe diventata l’esperienza più bella, significativa e forte della mia vita.

Quell’anno frequentavo il terzo anno all’università di Firenze. Studiavo per diventare un’insegnante della scuola dell’infanzia. Il viaggio mi sarebbe servito anche per fare esperienza in campo pedagogico ed educativo. Sarei dovuta andare a fare la maestra in Africa, mentre mio zio Antonio avrebbe lavorato come falegname, insegnando il mestiere alla gente del posto. L’idea mi eccitava e mi spaventava al tempo stesso: “me la caverò con la comunicazione? Quali metodi educativi-didattici dovrò adottare? Sarò all’altezza della situazione? Sarò utile a questa popolazione?” mi chiedevo.

La risposta a tutte le mie domande arrivò quando, atterrata a Douala, parlai con la persona incaricata di venirci a prendere all’aeroporto, la quale mi disse che in quel periodo dell’anno le scuole erano chiuse, così come in Italia.

La notizia mi deluse, avevo molte aspettative nonostante i timori, ma non mi scoraggiai.

La prima tappa fu Bambui, il villaggio che avrebbe accolto mio zio per tutto il tempo della nostra permanenza.

La seconda tappa sarebbe stata Shisong, un villaggio che ospita un importante ospedale di cardiologia. A Shisong rimasi due settimane e fui ospitata dalle suore laiche che gestivano e gestiscono la panetteria e un piccolo negozietto con l’artigianato locale.

Il mio aiuto serviva lì.

Saltuariamente, quando non c’era molta richiesta al forno, aiutavo le donne del posto a ricamare o facevo compagnia a Padre Roberto, un frate francescano originario di Brescia, negli impegni che lo portavano nei villaggi limitrofi, così da avere l’occasione di conoscere maggiormente e di godere di quelle terre così lussureggianti.

La terra era di un rosso caldo, accogliente, la flora di un verde acceso a causa della stagione delle piogge e la popolazione che la abitava coloratissima e sorridente.

Per un’intera settimana fui impegnata in una specie di campo scuola in un villaggio a pochi chilometri di distanza da Shisong. Mi furono affidati una cinquantina di ragazzi, dai due ai sedici anni. Ogni giorno fornivo loro fogli di carta bianca, pastelli a legno, pastelli a cera o pennarelli per farli disegnare e un pallone da calcio. Io, venivo contraccambiata da canti e balli eseguiti a suon di tamburo. Immagini che porterò con me per tutta la vita.

Quando rientrai in Itala feci fatica ad accettare la mia vita e anche quella degli altri. Le differenze tra quei mondi erano tante, troppe.

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