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CycloLenti

Siamo Marco, casertano, e Tiphaine, francese, una coppia che ha iniziato a viaggiare in bicicletta alla scoperta del Mondo e realtà ecosostenibili.

CycloLenti

16 Febbraio 2015

Presentazione
Salve a tutti i lettori e clienti di Banca Capasso Antonio.
Siamo Marco, casertano, e Tiphaine, francese, una coppia che ha iniziato a viaggiare in bicicletta alla scoperta del Mondo e realtà ecosostenibili. Partiti cinque mesi fa dalla costa atlantica francese abbiamo percorso più di 5000km tra Francia, Spagna e Portogallo. Con un passaggio in barca a vela abbiamo attraversato il Mediterraneo e siamo ora a Caserta dove faremo una pausa prima di ripartire verso l’Asia.

Banca Capasso, negli anni, è sempre stata promotrice di iniziative locali, dimostrandosi sensibile a tematiche quali ambiente, sport e cultura. Da qui, nasce il sodalizio con CycloLenti. Durante tutto il viaggio condivideremo con voi le nostre esperienze e avventure.

CycloLenti è un progetto ad emissioni zero all’insegna della sostenibilità a 360° e dedicato alla ricerca e allo studio di tutti quei modelli di sviluppo emergenti che ruotano intorno ai bisogni dell’uomo e della natura.

Dalla bio architettura al movimento della decrescita felice, dalle transition town ai comuni virtuosi, dall’autocostruzione all’autosufficienza energetica ed alimentare, sono queste le realtà che esploreremo lungo il tragitto . Il tutto viene documentato attraverso delle video interviste e degli articoli che pubblichiamo e condivideremo periodicamente attraverso il sito della  Banca Capasso Antonio e sul nostro blog: cyclolenti.weebly.com

Dal vecchio continente alle immense steppe dell’Asia, un viaggio di durata indefinita in cui i ritmi, lenti come in bicicletta, si allineano a quelli della natura. E’ il nostro modo di rispondere alla “crisi”.

Con le nostre bici porteremo la Campania in giro per il Mondo.

Per sostenere anche tu il progetto CycloLenti collegati al sito cyclolenti.weebly.com e scopri come partecipare.

A presto
Tiphaine e Marco, CycloLenti

 

Segui in tempo reale tutti gli spostamenti di Tiphaine e Marco cliccando qui

 

Diario di bordo

Diario di bordo

Terramada, non si smette mai di sognare!

Scendendo da Monchique ad Albufeira, lasciamo un mondo per trovarne un altro. Con due colpi di pedali, ci ritroviamo 500mt più in basso. Più in basso anche tra i pasticci umani? La costa sud portoghese è sfigurata da una cementificazione senza limiti. Strutture ricettive, previste per accogliere il turismo di massa alla ricerca si sole e spiaggia, dilagano. Hanno dimenticato forse che il turista ama anche la natura…

Il 31 Agosto, a fine mattinata, arriviamo all’ecovillaggio di Terramada sulle rive del lago di Beliche. Dopo la bella sudata per arrivare fino a qui non esitiamo un solo istante quando ci propongono un bagno nel lago. Scopriremo qualche giorno più tardi che la stessa acqua viene usata per le docce e per bere. Geneviève e Guy, francesi, la bevono da 27 anni e non c’è da preoccuparsi. Nel 1987, sulla quarantina, fondano Terramada e vi si trasferiscono con i loro tre figli. Oggi tra gli abitanti c’è anche Angeles che si è sistemata nella sua super roulotte e sua figlia che insieme al compagno e il loro  bambino vivono in una Yurta. Geneviève e Guy  sono aperti ad accogliere nuovi membri permanenti, c’è molto spazio, se interessati contattateli pure: terramada@gmail.com, blog http://terramadaecoaldea.blogspot.fr/.

Guy et Geneviève sono partiti da un terreno aridissimo e con pochissimi soldi, ma con tanto ingegno hanno saputo trasformarlo in un piccolo paradiso. Terramada è  anche un progetto avanzato di Permacultura. In particolar modo abbiamo potuto ammirare un sistema di fitodepurazione molto eleborato (ossia un metodo di depurazione naturale delle acque reflue). Spesso si organizzano dei cantieri partecipativi (il prossimo sarà per la costruzione di un secondo tepee in super-adobe) e vari workshop (dalla permacultura alla fisica quantistica). Inoltre, privilegiano un’alimentazione istintiva: ovvero mangiare gli alimenti allo stato più naturale possibile, quindi crudi, non trasformati, non mischiati…e mangiarli quando il loro gusto e il loro odore ci piacciono…seguire il proprio istinto!

Non dimenticheremo mai le lezioni di stretching di Melissa, loro figlia, sotto il salice piangente mentre gli uccellini cantavano in sottofondo; ripetiamo gli esercizi quasi tutte le sere dopo la nostra lunga giornata di bici.

Nonostante Guy e Geneviève siano vicini agli anni della pensione il loro spirito è eternamente giovane e il loro approccio alla vita sembrerebbe non contemplare mai una fine: un giorno qui faremo la nostra casa, qui pianteremo questo e là faremo quest’altro…a Terramada non si smette mai di sognare!

Ancora una volta bisogna partire. Oggi attraverseremo il Rio Guadiana e con esso lasceremo anche il Portogallo.

Tiphaine

 

Riflessioni

Riflessioni

Basta un fiume e tra una sponda e l’altra cambiano usi, costumi, lingua, leggi, mercati, opportunità. Eccoci di nuovo in Spagna. Questa volta in Andalusia, terra di lavoro, terrà baciata dal sole, terra che scotta. Tutti ci avevano avvisato: “In Andalusia in bicicletta? Siete pazzi, fa troppo caldo”. Ciò nonostante siamo fortunati, quest’anno l’estate è stata clemente. Ci lasciamo il Portogallo alle spalle con il sole che tramonta. Dopo più di un mese, fa strano salutarlo!

Due penne esaurite e un quaderno pieno di parole, giunto ormai al termine, mi fanno capire che il tempo scorre e realizzo che sono passati già tre mesi dall’inizio del viaggio. Siamo a Settembre e in questo periodo, di solito, la gente riprende la vita di tutti i giorni. Ricominciano i mal di testa e il profumo d’estate in breve tempo sarà solo un ricordo lontano.

Al rientro dalle vacanze dimenticavo puntalmente la password del computer di lavoro. Durante le ferie la mia mente iniziava a volare. Sognavo una vita diversa, una soluzione, un cambiamento, tutto sembrava possibile in quei momenti di spensieratezza, di tranquillità. Poi il lavoro e la routine mi portavano con i piedi a terra. Quattro, cinque settimane di “aria” all’anno e poi “giù con la testa e lavora!” e così per il resto della vita. C’è qualcosa che non va, mi domandavo. Perchè mai mi autocostringo a tutto ciò?

Con gli anni i sogni si sbiadivano sempre più e lasciavano posto ad un profondo senso di insoddisfazione, di inquietudine. Pensavo di essere l’unico a sentirsi così. Volevo fare il passo, ma non avevo il coraggio, non sapevo dove iniziare. Rimettere tutto in discussione, andare contro corrente, non è facile! Eppure una via d’uscita c’è. Quella via siamo noi! Siamo noi l’unico grande ostacolo da superare. Una volta fatto, tutto il resto è in discesa. Il Mondo là fuori non cambia è sempre lo stesso. Siamo noi che a seconda delle lenti (anche per questo CycloLenti) che indossiamo lo vediamo in un modo o in un altro. Siamo noi a cambiare!

CyloLenti non è un semplice avventura in bici, ma un viaggio che piano piano ripercorrerà le strade che conducono a qualcosa che si sta perdendo: il buon senso, l’umanità!

Marco

 

Sulla strada per Siviglia gli incontri non mancano

Sulla strada per Siviglia gli incontri non mancano

E’ quasi buio e scorgiamo un signore affacciato alla sua terrazza. Non possiamo fare a meno che tentare. Questa volta però, Claudio e Concia, non ci lasciano dormire in giardino e ci invitano in casa. Come dei nonni si prendono cura di noi. Lenzuola fresche di bucato, telo per la doccia e una bella zuppa calda. L’indomani a colazione Claudio prende il suo cocktail di pillole per il cuore. Ben cinque per iniziare la giornata. Fazzoletto di stoffa nella camicia a quadri e pantoloni lunghi, è pronto! Come ogni mattina, nonostante la sua età, va con l’asinello ad arare la terra. Per la loro generazione, autoprodurre da mangiare è una cosa normalissima. Nonostante il nostro breve passaggio si sono già affezionati e quando ci salutiamo l’occhio è umido. Che teneri 🙂

Prima di Huelva un insolito incontro. Ernesto, spagnolo, ha 60anni e da quattro gira tra Spagna e Portogallo in sella alle due ruote. “Dopo i 30.000 km ho smesso di contarli” afferma. Borse, buste, bustine e oggetti di qualsiasi genere formano i 60kg di bagaglio che resta in piedi con un equilibrio tutto suo. È un restauratore e dipenge sulla ceramica. Con la crisi e un divorzio alle spalle, si è trasferito in bicicletta. Riceve gli ingaggi di lavoro per telefono e si sposta unicamente con il suo mezzo. Se troppo lontano dice: “datemi qualche giorno e sarò lì”. Ormai i suoi clienti lo sanno e non vanno di fretta. “Non mi manca nulla”, dice. Ernesto ha un bel viso sereno!

Le soprese per la giornata non finisco e la quiete della piccola cittadina di San Juan de Porto viene spezzata da un gran baccano. Una coppia che festeggia l’addio al celibato/nubilato insieme. Da un lato gli amici di lui, dall’altro le amiche di lei. Loro in testa che cavalcano degli asinelli. (foto sinelli)

La mappa non la consultiamo più, tutti i cartelli indicano Sevilla. Lungo la strada, in campo di girasoli un enorme toro nero davanti a noi! No, non un toro vero, ma un’insegna gigante 🙂

Prima dell’ingresso in città, immondizia e facce poco raccomandabili ci fanno accelerare. Arrivando in bici, come d’abitudine, le metropoli ci mostrano da subito il dietro le quinte. Le vie sono tutte allagate, abbiamo scampato un acquazzone da 49lt d’acqua per mt2. A causa di una serie di problemi tecnologici, che scopriremo in seguito, Gonzalo e Isabel, la coppia warmshower che avrebbe dovuto ospitarci non riceve i nostri messaggi e non sanno che siamo lì. Ci rechiamo davanti al loro negozio di biclette che, essendo domenica, è chiuso. Citofoniamo a tutto il palazzo, ma nessuno sa dove abitano. Ci rassegniamo, dobbiamo trovarci una nuova soluzione! Quest’idea mi stressa un po’. Mi ricorda di qualche mese fa quando, ritrovandoci in città senza una sistemazione, finimmo col dormire in un parco pubblico, passando una notte insonne, tra rischio pioggia, rumori strani, un riccio che “solleticava” il mio piede e un cane che al mattino, accortosi della nostra presenza dietro l’albero, ci sveglia di soprassalto abbaiandoci. Ma con noi c’è il nostro angelo custode. Questa volta prende la forma di Manuel. Mentre cercavamo un internet point passa un ciclista. Si ferma qualche metro più in là nell’attesa del semaforo e ci osserva. I nostri sguardi si incrociano e Tiphaine approfitta per chiedergli informazioni. Manuel è un artista, parla italiano, è innamorato di Napoli, è amante delle bici ed è sensibile alla natura. Marò, neanche a cercalo avremmo mai potuto trovare un prfilo del genere. Era destino che ci incontrassimo. Decide di ospitarci, è fatta!

 

SantaCleta, Santa (Bici)-Cletta

SantaCleta, Santa (Bici)-Cletta

È lunedì, SantaCleta è aperta. Che bella sorpresa, il posto è caloroso, luminoso, arredato con gusto e pieno di belle idee. Conosciamo finalmente Gonzalo e Isabel, che ci ospiteranno la sera stessa (un problema telefonico ha impedito di vederci il giorno prima). Ci mettono a disposizione l’officina per riparare e pulire le nostre bici; casca a fagiolo, ho rotto il cavalletto proprio l’altro ieri…

SantaCleta è un progetto che mi fa sognare. Isabel, 33 anni, e Gonzalo, 34, ce l’hanno fatta. Complimenti ad entrambi, non è stato facile. Isabel ha lavorato nella comunicazione e amministrazione di diverse aziende. Gonzalo era webdeveloper e grafico, poi ha perso il lavoro e ha deciso di seguire la sua passione: la bicicletta. Un semplice salario a fine mese non lo soddisfaceva, voleva fare qualcosa che gli piacesse, era stanco di quella situazione. Inoltre, l’atmosfera in Spagna è piuttosto stagnante, il mercato del lavoro è fermo. In un periodo in cui tutti partono all’estero alla ricerca di un impiego, loro hanno deciso di restare e realizzare il loro sogno: Isabel immagina che Siviglia si riempia di bici. Per un anno riflettono sulle proprie idee e a tutte le sue forme.  Poi, per impratichirsi, si mettono a riparare bici per più di 6 mesi e iniziano a preparare il futuro locale. Si sono autofinanziati con i propri risparmi e i soldi di 2 anni di disoccupazione che lo Stato spagnolo versa in una sola volta nell’ipotesi in cui si decida di aprire un’azienda o una cooperativa, come per SantaCleta.

Dicembre 2012, SantaCleta apre. I loro sforzi sono stati ricompensati, l’attività va bene. Da qualche mese contano addirittura un terzo socio: Fernando. Ha 37 anni, era un meccanico al servizio tecnico di una grande azienda. Lavorava di più e guadagnava meno di oggi. Arrivato al punto in cui non riusciva più a gestire la propria vita privata e lavorativa ha detto basta. Innamorato delle due ruote conosceva già Gonzalo e lui gli ha proposto di entrare a far parte della squadra. Non ne sapeva molto di meccanica di bici, d’altronde come Gonzalo prima di aprire SantaCleta. Ma entrambi l’hanno imparato e oggi lo sanno !

SantaCleta non è un semplice negozio. Le attività sono numerose :

– Spazio ciclofficina, tutti gli strumenti sono messi a disposizione per autoripare la propria bicicletta ;

– Corsi di meccanica per conoscere dalla A alla Z la bici (proposti tra l’altro a persone senza impiego attraverso associazioni intermediarie) ;

– Organizzazione di eventi che promuovono il cicloturismo e l’uso della bicicletta in generale (proiezioni film e presentazione viaggi in bicicletta) ;

Biblioteca con libri e riviste su vari argomenti : ecologia, viaggi, ciclismo… ;

– Consegne in bici ;

– I classici servizi come vendita, riparazione e noleggio bici ;

– Vedere sul loro sito www.santacleta.com

Giusto per dirvi fino a che punto Gonzalo e Isabel amano la bici, quando ci siamo incontrati erano appena rientrati dal loro viaggio di nozze : Germania-Istanbul seguendo la Eurovelo n.6, tre mesi in bici !

Tiphaine

 

Marinaleda, un modello per tutti ?

Marinaleda, un modello per tutti ?

C’è un comune nel sud della Spagna che fa una cosa molto semplice: usa i soldi dei cittadini per i cittadini! Questo posto si chiama Marinaleda.

“La casa è di chi l’abita…la terra di chi la lavora”. Queste parole, tratte dalla poesia “Esame di ammissione del volontario alla Comune di Parigi”, le hanno messe in pratica un gruppetto di attivisti che nel ’79 occupano le terre di un ricco latifondista, il Duca dell’Infantado, detentore di 17.000 ettari. Tanto hanno fatto e tanto hanno detto che alla fine lo Stato, per calmare le acque, compra circa 1.200 ettari e li dona al comune di Marinaleda.

Marinaleda acquisisce fama internazionale e diventa un caso mediatico come paese in cui c’è occupazione al 100%. Un dato ancora più forte se si considera il contesto in cui si trova, ossia l’Andalusia, una regione depressa dal punto di vista economico. Non bisogna nascodersi dietro a un dito e iniziamo subito col dire che questa informazione è parzialmente vera. Non tutti lavorano e gli eventuali picchi di occupazione si hanno nei periodi di raccolta nei campi tramite Humar, la cooperativa nella quale è impiegata una buona parte della popolazione.

Marinaleda, invece è un ottimo esempio di gestione dei soldi comuni in termini di servizi offerti ai propri cittadini. Il diritto ad una abitazione, allo sport, all’espressione e al lavoro, sono ideali che la classe politica di questo paesino ha messo in pratica.  Alcuni esempi degni di essere elecanti:

  • I campi sportivi all’aperto e al chiuso sono gratuiti. Solo la piscina costa ben €5 per un abbonnamento annuale.
  • Per l’asilo cifre da “capogiro”, 12 euro al mese, mensa inclusa.
  • La ciliegina sulla torta: la casa ad un costo di €15 al mese. Il terreno è offerto dal comune, gli operai, i materiali e il progetto sono pagati grazie ad un accordo che i comuni hanno con la regione andalusa. Alla persona che ci andrà ad abitare è rischiesta la sua partecipazione alla costruzione e la quota mensile.
  • I muri della città e una radio locale sono messi a disposizione per la libertà d’espressione.

Una domanda sorge spontanea: Come fanno a sostenere tutto ciò? Intervistiamo Dolores, consigliera della giunta comunale e parte attiva delle manifastazioni del ’79: “Una buona gestione dei soldi e cooperazione sono  fondamentali”. Marinaleda riceve dallo Stato e dall’Europa gli stessi soldi di tutti gli altri comuni della regione. La regola è semplice, tutto ciò che ottengono lo riversano sui servizi, senza speculazioni, e al costo. (Mi chiedo: ma non dovrebbe essere già così? Cosa fanno gli altri comuni allora?) Non c’è nessuno che ci guadagna sopra. Tutti percepiscono lo stesso stipendio, compreso il sindaco. Guadagni meno, è vero, ma con i servizi offerti spendi pochissimo.

Dall’altro canto temi come, consumo critico, impatto ambientale, ecocostruzioni, autosufficienza energetica e sostenibilità in generale, sembrano essere argomenti ancora lontani. Inoltre, come dappertutto, anche qui la nuova generazione è un po’ allo sbando. Avvolte alzano troppo il gomito con l’alcool altre sfrecciano nelle macchine con la musica a “palla”. I vecchietti seduti al parco la domenica liquidano così: “I giovani non hanno voglia di lavorare!!”

Marinaleda non è un paese “utopico” come lo definiscono in tanti, quasi ad indicare qualcosa di lontano, irrangiungibile. Lo definirei piuttosto “reale, concreto” esiste e come i comuni di tutto il resto del Mondo ha le sue problematiche e non è perfetto. Prendiamo ciò che ha di buono e facciamone tesoro.

Quei ragazzi del ’79 hanno lottato per i loro ideali e ora quegli ideali sono diventati realtà. Marinaleda è un modello da prendere come esempio? Si, per quanto riguarda la gestione dei soldi pubblici. Quanto durerà? Non lo sappiamo. Come per un mancato passaggio di consegna se per un qualsiasi motivo, quei valori non dovessero essere trasmessi o recepiti dalla nuova generazione, ecco che saremo punto e a capo.

La storia si ripete, d’altronde non è così da secoli?

Marco

 

Mangiare meno, meglio, locale e di stagione per favore

Mangiare meno, meglio, locale e di stagione per favore

Da marinaleda a Granada gli agricoltori si sono sbizzarriti : Uliveti a perdida d’occhio e solo avvolte intervallati da qualche campo di…pannelli solari, non cresce nient’altro ! Sfortunatamente per i cicloturisti di passaggio, le ho assaggiate per voi, le olive appena colte non sono affatto buone ! Niente che si possa mangiare durante il cammino ! Andiamo in altitudine : 851mt e gli ulivi sono sempre là anche lungo le pendenze della montagna.

Programma di oggi : bagno nel mediterraneo ! C’è un italiano che aspetta da mesi un mare calmo e caldo. Per l’occasione è riuscito a svegliarsi presto ! C’imbarchiamo in una lunga discesa attraverso la Sierra Nevada, un canyon interminabile ci guida, magico! Non sappiamo ancora quello che ci aspetta. Avvivinandoci alla costa, superiamo dei campi di avocado, poi chilometri quadrati di plastica ricoprono la montagna e i bordi del mare. Che orrore ! Come è possible ? Ma che c’è sotto questa plastica?

E bene, mi dispiace dirvelo ma sono principalmente i meloni, i peperoni ed i pomodori che mangiamo tutto l’anno, compreso in inverno, provenienza: Spagna. Le serre garantiscono 3 semine all’ anno. Durante il periodo di raccolta circa 3.000 camion al giorno lasciano la regione. La nazionale non regge più questo flusso e una bella autostrada è in costruzione. Un disastro. Senza considerare, secondo delle voci, gli immigrati, avvolte clandestini, che sottopagati e in pessime condizioni ci lavorano. Durante i chilometri di strada percorsi tra le serre, posso dirvi che un forte odore di prodotti chimici dilagava…vi lascio immaginare nelle serre!

Eravamo combattuti tra, risalire la costa fino in Francia o collaudare la nostra prima esperienza di barca-stop per raggiungere la Francia o l’Ialia. Un centinaio di chilometri tra le serre ci sono bastati, al porto di Adra tentiamo la  fortuna. Ci consigliano quello di Almerimar. Secondo lo Yatch club di Adra per noi ci sono scarse possibilità: 2 persone, 2 bici, di cui una reclinata, sono un po’ troppe per una barca a vela. Inoltre, la stagione fredda è alle porte, le imbarcazione arrivano nei porti o per restarci tutto l’inverno o ripartono verso zone più calde, in direzione Isole Canarie….mhh e se cambiassimo i nostri piani ?

Ad Almerimar, c’è da leccarsi i baffi, è pieno di barche a vela!!! Facciamo fare due risate ai ragazzi della capitaneria con il nostro annuncio e per come siamo conciati. Chiediamo loro la destinazione di tutte le barche che entrano ed escono dal porto…2 ore più tardi e dopo ever incotrato un’italiana che tornava dal giro del mondo in barca a vela, andiamo ad interrogare le imbarcazioni ormeggiate. Nessuno a bordo…barca troppo piccola…quando all’improvviso :

-Sconosciuto : « This is for lazy people »

Marco : « No, this is for intelligent people 🙂 ! »

 Sconosciuto: “Can I try ?”

 Marco : “Sure ! Do you have a boat?”

Un’ora più tardi ceniamo con Igor e Griet nel cockpit della loro barca. Vogliono andare in Sardegna per l’invernaggio, ma dialogare con i porti è difficile perchè non parlano italiano. Ci propongono una cabina per la notte, domani li aiutiamo a chiamare. La loro barca si chiama MissTerre “A sailing boat looking for a better world”.  Mi piace !

Niente è certo ma già sogniamo.

Tiphaine

 

Barca Stop, parte I

Barca Stop, Parte I

La mattina ci svegliamo con calma e loro, Igor e Griet, con ancora più calma. Sono reduci di una traversata di 8 giorni e sono piuttosto provati. Pensano di restare ad Almerimar ancora 10/15 giorni e poi puntare la prua verso la Sardegna passando da Formentera. Ci propongono di aiutarli con i lavori a bordo in cambio della traversata. Speravamo che ce lo chiedessero. Accordo fatto e per siglarlo ci diamo tutti un grande abbraccio. È la prima volta che facciamo barca stop, siamo stati davvero fortunati!  Nella settimana a venire le cose da fare non mancano: pulizia e cucitura della vela, rifacimento del silicone per rendere impermeabili le finistre e altre piccole riparazioni.

Fino ad oggi avevamo il vento a favore ed ora che decidiamo di salpare ce l’abbiamo proprio sul muso. Per quanto la barca a vela sia sinonimo di libertà bisogna fare i conti con gli elementi della natura. A differenza di un’auto, in mare non ti puoi fermare quando vuoi. Si avanza  sempre e di notte si fanno i turni. Se non vuoi farti tartassare dalle tariffe portuali, che possono variare dai 20 ai 150/300 euro giornalieri, è necessaria una dettagliata pianificazione dei porti in cui passare o in alternativa conoscere luoghi in cui le condizioni per ancorare siano favorevoli.

Igor dice: “una barca richiede o troppi soldi o troppo tempo”.

E non ha tutti i torti se si considera anche l’enorme cura e manutenzione di cui ha bisogno. Devo ammettere che avevo proprio un’altra idea: preferisco essere un semplice passeggero! Domani si parte o almeno così è previsto. Meno male, perchè non ne potevo più di rimanere fermo nel porto.

Domenica 28 Settembre. A contare non sono più i chilometri ma le miglia marine. Alle bici spetta un posto d’onore, la cabina più grande a prua. Le condizioni climatiche non sono ottimali ed alcune volte siamo costretti ad andare a benzina per evitare di rimanere fermi. Altre volte, invece, è il vento il vero propulsore e spinge più forte di quando si usa il motore.  In queste occasioni navigare è puro piacere. Senti solo l’aria che ti scuote i vestiti, che gonfie le vele e la barca che sinuosamente scivola nell’acqua.

Per quanto riguarda me, mi bastano 3-4 ore per innaugurare la partenza. Il mio corpo reagisce ai movimenti instabili del mare e ben presto, per la gioia dei pesci, mi ritrovo chino a riversare tutto ciò che avevo mangiato nella ultime 12h. Almeno è  liberatorio e per il resto della navigazione sono a posto.

I turni sono decisi: Griet fino all’una di notte, io le do il cambio e sorveglierò fino alle 4,00 del mattino e Tiphaine fino alle 7,00. Il capitano sarà in allerta tutto il tempo e dormirà quando potrà. Basta un leggero accenno di voce: “Igo…” e ancora prima di terminare il suo nome, con uno scatto rapidissimo, è già lì affianco a te.

Inseriamo il pilota automatico. Se di giorno tutto risulta più facile, in assenza di luce tutto diventa più complesso. Nonostante il codice di luci utilizzato in mare per capire la posizione e la direzione delle imbarcazioni, bisogna essere estremamente vigili. Come prima traversata notturna è piuttosto animata. Costeggiamo il litorale e decine di imbarcazioni ci passano vicine. Per non parlare delle reti da pesca da evitare.

Bello o cattivo tempo si va avanti. Allo scadere del mio turno attraversiamo un temporale. Sono stremato, scendo giù in cabina, sveglio Tiphaine, ripongo la frontale e l’impermeabile al muro che ora, come il letto e il resto del natante, sono inclinati di 20°. Cado nelle braccia di morfeo, fuori piove, si avanza comunque.

Marco

 

Barca Stop, parte II

Barca Stop, Parte II

Il vento soffia forte, spieghiamo le vele, viaggiamo silenziosamente a 6 nodi.

Griet e Igor sono una coppia belga. Lei è ormai un anno che viaggia in barca a vela ed è diventata una cuoca provetta. Ottime cenette ed aperitivi non mancano mai a bordo. È un’insegnante di pedagogia e durante la traversata ci propone spesso giochini simpatici. In questo periodo prepara un’agenda un po’ speciale che dovrebbe uscire da qui a poco (“Agenda for Change 2015” qui sul suo blog (http://www.missterre.org/blog/wonderwijs/?page_id=1556). In passato ha viaggiato in bicicletta: Mongolia, Tibet…insomma una bella testa calda anche lei 🙂

Igor ha lavorato come skipper per una vita. Nel tempo ha sviluppato una sua filosofia: il dono è il beneficio. Auspica che un giorno la società possa piano, piano ritrovare e funzionare nell’osservanza dei valori umani. Sta sviluppando una piattaforma on line che dovrebbe aiutare a traghettare il Mondo verso questa realtà futura. http://www.missterre.org/

Di notte arriviamo quatti quatti a Santa Pola, un porto dove ormeggiano in prevalnza yachts. Di fronte ce ne è uno da 2 milioni di euro. Curioso, inizio a parlare con la coppia che vi è a bordo. Loro non sono i proprietari. Era chiaro, lo si leggeva dalle facce che non erano per niente snob ;). Ci spiegano che sono assunti; lui come capitano e chef, lei come marinaio. Lo yacht è affittato a 6.000 euro al giorno escluso cibarie e carburante. Hanno lavorato bene, quasi 60 giorni questa stagione. È tutta l’estate che portano a spasso ricconi tra Ibiza e Formentera. Ci invitano subito a fare un giro all’interno. Nella sala macchine due enormi motori da 1.600 cavalli si danno da fare per consumare più di 500 euro di benzina all’ora. A bordo sembra di entrare in un lussuosissimo hotel. L’impianto stereo assicura che la musica raggiunga ogni angolo dell’imbarcazione, fondamentale affinchè i clienti si divertano. A suon di galloni i comfort ci sono tutti: aria condizionata, lavatrice, cucina iperaccessoriata, tv enormi, barbecue, acqua calda, wifi ecc. ecc.

Il giorno dopo lasciamo il porto. Confrontati alla flotta dei roboanti yacht che ci circondano,   ripartiamo in punta di piedi. La barca a vela ti immerge negli elementi. Tu, la natura e nessun altro. Più questo tête à tête è lungo e più il silenzio prende spazio nella tua mente, i pensieri si acquietano e lentamente una sensazione di benessere ti pervade. Dall’altro lato lo yacht propone, ai propri passaggeri, una serie di intrattenimenti che tengono la mente occupata. I pensieri vengono messi a tacere e si vive un’illusione di spensieratezza.  Il contrasto è forte.

Siamo ad ottobre e il traffico marino tra Formentera e Ibiza sembra non avere tregua. Per quanto la baia sia protetta le onde dei traghetti ci scuotono ripetutamente. Ne passa uno ogni 5min.

Ci allontaniamo dall’isola dei “parties” ed impostiamo la rotta a 85°Est, direzione Sardegna. Quando Orione è ormai alto e la stella di Sirius è ad un paio di metri dall’orizzonte significa che il mio turno è finito. Qualsiasi cosa diventa un riferimento utile per orientarsi in questa massa d’acqua sconfinata. E pensare che una volta si navigava con le stelle.  La luna è piena e la sua luce riflette ovunque. Queste condizioni particolari permettono di vedere il plancton che, illuminato, scintilla ai bordi della carena. L’atmosfera è magica.

“Terraaa..!” vediamo la Sardegna da lontano. Fa strano arrivare in Italia da una barca. Dalla Spagna, lo Stivale, visto dalle ruote delle nostre bici, sembrava ancora molto lontano. La convivenza in spazi ristrettissimi e per lunghi periodi inizia a farsi sentire. È il momento di salutarsi.

Marco

 

Terra, Italia

Terra, Italia

Ormai sono passate tre settimane dall’ultimo giro di pedali. Ci rituffiamo nel mondo dove tutto è saldamente ancorato a terra, è stabile. Le strade ti indicano la via e ti portano dal punto A al punto B, senza rischio di scarrocciare; ci sono perfino i cartelli stradali che ti guidano tra queste lingue d’asfalto: è sin troppo facile!

Il tempo di sgranchire le articolazione e siamo già ad Iglesias. A braccia aperte ci aspettano Donatella e poi Antonello che ci raggiunge da Cagliari; due fratelli conosciuti qualche anno fa quando, in Sardegna, ci venivo per lavoro, da Milano, in aereo.

Accettiamo l’invito di Fabio, un ragazzo che ha preso un pezzetto di terra a nord del capoluogo sardo. Un luogo di sperimentazione a tutto tondo : ha piantato un frutteto, orti, piante particolari, estrae olii essenziali, saponifica, macina, essicca, costruisce con materiali di recupero…un vulcano di idee. Per l’occasione vengono anche Riccardo e Sheryl, entrambi conosciuti durante il corso di Permacultura che feci qui in Sardegna. Fanno parte della Rete Ecosardi e stanno individuando il terreno che possa ospitare un progetto di ecovillaggio. Sono aperti a nuovi membri perciò se interessati non esitate a contattarli.

La voglia di riabbracciare i familiari è tanta, il traghetto per Napoli parte stasera. L’enorme scafo fa ribollire la massa d’acqua del porto. Sulla banchina eccoli che ci aspettano. Carichiamo le otto borse in macchina e insieme a mia sorella Martina, e alla sua bici pighevole, pedaliamo leggeri nell’ultimo tratto che ci separa da casa: Napoli-Caserta, il più pericoloso dei 5.000km percorsi fino a qui. Prima di lasciare la metropoli, riferito alla posizione strana della bici, ricevo il commento più originale degli ultimi 5 mesi di viaggio: “Uà, par ca sta ‘mpennann’!” ovvero “Wow, sembra che sta impennando!”.

Le settimane a casa trascorrono veloci tra una pizza e una mozzarella di bufala. Le giornate baciate dal sole infondono ispirazione; approfittiamo per scrivere tutti gli articoli che mancavano per essere aggiornati col blog.

Per qualche dì il salone si trasforma in ufficio postale; sono arrivate le magliette CycloLenti e organizziamo le spedizioni. A tal proposito mandateci le foto di voi con le t-shirt. Faremo un album con i “Cyclolenti nel Mondo”. Per chi non ha ancora la maglietta Cyclolenti, non è mai troppo tardi, potete sempre ordinarne una (o due o più…). Presto faremo un’altra stampa (cliccate qui per prenotare la vostra T-shirt)

La pausa a Caserta è ricca di incontri e novità:
Avviamo la campagna di raccolta fondi “Facci pedalare, 50 centesimi al km” la cui metà è devoluto all’associazione senza scopo di lucro “Life Project 4 Youth” che andremo a visitare in Vietnam e nelle Filippine.
Condividiamo il nostro progetto sul territorio campano: organizziamo una mostra fotografica presso il Decathlon di Marcianise, due chiacchiere con i meravigliosi ragazzi degli Scout, teniamo una conferenza stampa con i sindaci di Caserta e San Nicola la Strada, siamo ospiti presso il Caserta FilmLab;

Cambio il mio cavallo di battaglia. Saluto la reclinata, fedelissima compagna di avventure, e do il benvenuto a Blanquette II, modello Terranova, prodotta su misura da uno dei rarissimi artigiani italiani nell’ambito del cicloturismo : Bressan Bike. Anche Bressan sposa la nostra causa ed entra tra gli sponsor.

Conosciamo Salvatore Capasso un grande appasionato di cicloturismo. Ha finanziato la ciclovia del Volturno e ogni anno organizza il Festival dell’Erranza a Piedimonte Matese; uno dei pochi amministratori delegati di banca a cui sia rimasto il buon senso. Banca Capasso ci adotta e ora è sponsor di Cyclolenti;

Consolidiamo il rapporto con “Italia che Cambia” e “Movimento Lento”, nostri media-partners.

Ripartiamo carichi di energie positive e con qualche chiletto in più: ci aspettano gli appennini.

Marco

 

Mozzarella e si riparte

Mozzarella e si riparte

Ci si riabitua velocemente ai confort…Dal 15 Ottobre anche le bici fanno la bella vita. Tutte pulite, al caldo, si pavoneggiano tra le viette di Caserta dove vengono fermate per sapere se sono veramente loro che hanno percorso 5000km su strada e in mare!

Ma da qualche giorno muoiono dalla voglia di scoprire nuovi sentieri e di soddisfare la loro sete di avventura. È deciso, il 1° Dicembre, che piova o tiri vento si parte! Blanquette si fa soffiare il posto da Blanquete II, la nuova compagna di viaggio di Marco, ma le ha promesso che ritornerà per raccontarle tutto. D’altro canto Blanquette approfitterà per pubblicare le ultime avventure in Spagna con Marco e Tiphaine e l’arrivo in Italia.

E così che il 1° dicembe, piove e…tira vento…ma partiamo comunque. Andando verso Avellino una lunga salita era quello che ci voleva per far sgranchire ingranaggi e gambe. Spossati e col buio arriviamo ad Avellino (da ottobre abbiamo perso almeno 3h di luce). Oggi niente campeggio libero, Stefania e José, conosciuti la settimana prima, ci accolgono. La sera sento lo stesso tremolio di quando arrivammo a Marsilly. Dal primo giorno di bici sono passati 6 mesi. Troppe mozzarelle nelle ultime settimane o/e uno sforzo troppo intenso ? Una bella serata, una buona cenetta e buonanotte. L’indomani giriamo il manubrio verso Montella.

Decidiamo di non prendere la strada principale dove le auto scorrono a tutta velocità, piuttosto optiamo per le piccole vie secondarie. Ci rendiamo conto velocemente che ciò significa accettare pendenze a 10% e più, ma anche riempirsi gli occhi di bei paesaggi, siamo sugli Appennini e le montagne vestono i colori d’autunno. Passiamo un colle a 900mt di altitudine e riscendiamo verso Montella sotto un diluvio che non ci lascerà un solo centimetro di pelle asciutta! Quando ormai le scarpe sono al limite della loro capacità d’assorbimento, cerchiamo il convento di San Francesco. Questa sera saremo al riparo presso la nostra prima tappa italiana di “progetti ecosostenibili”: Terra e Libertà.

 

Terra e Libertà, grani antichi

Terra e Libertà, grani antichi

Giovanni , come i suoi cinque figli, è un vulcano di energia. Appena mettiamo piede in casa inizia a raccontarci la sua vita: “…ho ereditato questo posto da uno zio d’America, prima facevo tutt’altro. Lavoravo a servizio del mercato finanziario, creavo tecnicamente i derivati, e guadagnavo molto molto bene” .
Replico: “Ah i derivati, quelli che hanno generato la famosa “crisi” globale”.
Lui: “Non proprio. È sempre l’uomo e la sua avidità a rovinare le cose. Non importa di quale sistema si parli…socialismo, capitalismo, comunismo…vanno e andranno sempre in crisi a causa dell’essere umano”

Due ettari di terra, un agriturismo in fase di costruzione, abitazioni in bioedilizia, trasformazione dei prodotti coltivati, ristorazione…Giovanni e Valeria con il loro progetto, Terra e Libertà, vogliono dimostrare che fare impresa sostenibile è possibile e conveniente! Il loro è un esempio concreto ed un invito a cambiare rotta. Lui lascia il vecchio mondo e si mette a fare il contadino, insieme piantano un bosco, che tra 4/5 anni donerà tartufi, avviano un castagneto e orti di ogni genere, seminano grani antichi, ristrutturano un vecchio casale con tecniche naturali e nel frattempo, giusto perchè le cose da fare erano “poche”, fanno cinque splendidi bambini.

Ma cosa vuol dire grani antichi? E perchè? Quando il professor Franco Berrino, oncologo presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, in un’ intervista di Report del 2009, diceva: “La farina 00 è il più grande veleno della nostra alimentazione. È raffinatissima, e non me ne importa niente se è biologica”, non mi era ben chiaro il motivo. Cosa c’è di male nella farina? Bhè, in effetti, nella farina non c’è niente di male, se coltivata naturalmente e molita nel modo giusto. Ma c’è una profonda differenza tra quest’ultima e quella che si trova comunemente in commercio. Durante la fase di macinazione industriale, per allungarne la vita, si elimina ciò che di più ricco contiene: il germe, che rappresenta il vero valore nutritivo del grano e la crusca, ossia la parte fibrosa. La 00 è così tanto raffinata che ciò che rimane è materia priva di qualsiasi elemento. E la farina integrale? Quelle più diffuse si ottengono mischiando la farina 0 o 00 con gli scarti della crusca a loro volta rimacinati. Il risultato è doppiamente nocivo. La cosa più simpatica è che il germe estratto viene messo da parte e poi venduto a prezzi esorbidanti in farmacia. Il profitto diventa l’obiettivo, il prodotto il mezzo per raggiungerlo e, ahimè, il benessere dell’uomo e la natura passano in secondo piano. Per completare il quadro bisogna fare un piccolo passo indietro e capire la provenienza e la modalità di coltivazione di quel grano che poi diventerà farina. Nell’agricoltura moderna, con lo scopo di massimizzare e garantire una rendita costante a livello produttivo, non si coltivano più i grani di una volta, ma degli ibridi ottenuti incrociando artificialmente piante di varietà diverse. Il punto è che tali ibridi, visto che non sono autoctoni, per poter rendere hanno bisogno di tanti pesticidi. Inoltre i semi che generano a loro volta sono inutilizzabili . Risultato? I contadini sono costretti a comprare ogni anno i semi dalle multinazionali che li producono in laboratorio e intanto, visto che si coltiva quasi solo questo, la biodiversità diminuisce veritiginosamente e con essa centinaia di varietà locali scompaiono. Senza contare i danni al nostro corpo: intolleranza al glutine se tutto va bene, tumori, diabete e altre malattie nei casi più gravi.

Ecco spiegato perchè sono così importanti i grani antichi. È la nostra ultima possibilità di mangiare pane, pasta e tutto ciò che ne deriva, naturali, sani e genuini.

Per fortuna il grado di consapevolezza sta aumentando e sono sempre più:
– i medici che affermano che l’alimentazione assume un ruolo fondamentale nello sviluppo delle malattie;
– i contadini che coltivano con metodi naturali;
– i gruppi e movimenti di scambio semi.
– le associazioni che promuovono un consumo critico e favoriscono le piccole realtà locali (Genuino Clandestino, GAS e tante altre).

Se non si dispone di un pezzo di terra o non si ha voglia di mettersi a seminare il proprio grano (il concetto si estende a qualsiasi alimento della natura) è possibile acquistare i prodotti direttamente da contadini attenti a tali tematiche. Di solito tramite i mercatini biologici a km0 o attraverso i G.A.S (gruppi di acquisto solidale) esistenti quasi ovunque.

La giornata con Giovanni e il suo amico Mario è intensa. La mattina recuperariamo il suo grano da un mulino che macina lentamente a pietra. Se tale processo fosse troppo veloce la farina tenderebbe a scaldarsi più del dovuto e si perderebbero parte dei nutrienti contenuti nel germe. Inoltre per garantire un prodotto sempre fresco, molisce solo la quantità necessaria. Da Giovanni si produce rigorosamente farina di tipo 2 e 1. Saragolla, Germanella, Senatori Cappelli, Risciolla, Segale, sono questi alcuni dei nomi di grani da cui si ottiene la vera farina.

È giunta l’ora di salutarci. Per questa sera non abbiamo un appoggio, dovremo fermarci il prima possibile e dosare le forze in modo da avere abbastanza ernegie per cercare una sistemazione. Sulla statale le salite sono dolci e i paesini scorrono veloci uno dopo l’altro. Piove a dirotto e non c’è goretex che tenga. A Monticchio ci fermiamo all’unico bar del paese. Hanno le chiavi di una sala del comune. Sarà la nostra stanza. Sono le 18:00, Tiph crolla nel suo sacco a pelo, io approfitto e scrivo il diario.

Marco

 

5 mesi dopo Santiago di Compostela, ritrovo in Basilicata

5 mesi dopo Santiago di Compostela, ritrovo in Basilicata

Il 5 Dicembre arriviamo a Venosa, città della Basilicata, una regione d’Italia ancora poco conosciuta, ma ricchissima dal punto di vista storico. “Carpe Diem”, Venosa, la città di Orazio, ha tanto da offrire. Visitiamo il Castello, le Catacombe e l’Abbazia della Trinità ubicata in un antico complesso romano.
Ritroviamo Giuseppe e Milena incontrati cinque mesi fa a Santiago di Compostela nella piazza della cattedrale dove arrivano tutti i pellegrini. Erano al termine dei 10 giorni in bici del cammino francese, stanchi, ma felici. La sera andammo a bere un bicchiere insieme, poi ci lasciammo con un “A presto in Italia”.
I mesi passano e noi continuiamo in sella alle nostre fedeli compagne…nel frattempo Milena è tornata al lavoro nel suo negozio Armonia, Giuseppe nella sua palestra Gymplanet. Pedala oggi e pedala domani ed eccoci qui oggi tutti insieme.
In bici ci si rende davvero conto delle distanze, del tempo che passa e dell’energia spesa per spostarsi. In cinque mesi, da Santiago, abbiamo percorso 2.492km in 43 giorni, più i 6 gioni di navigazione spinti dal vento in barca a vela. Provate ad immaginare la quantità di cibo che si mangia in 43 giorni per poter avere l’energia per pedalare. Con l’aereo, ad esempio, si perde completamente la concezione delle distanze e dell’energie spese. Il prezzo di un volo low-cost ci permetterebbe di mangiare per 43 giorni ? Si risparmia è vero, ma qual è il prezzo di tutto ciò per la natura ? Non voglio entrare nei dettagli di calcolo del consumo energetico e dell’impatto ambientale….Ho appena finito di leggere « Graines de possibles » (semi di possibilità), che riporta una conversazione tra Pierre Rabhi e Nicola Hulot sull’ecologia. Discutono del fatto che non ci siamo ancora accorti che il pianeta Terra è un sistema chiuso (a parte l’energia del sole che arriva dall’esterno) e che oggi giorno l’uomo consuma le risorse a disposizione come se fossero infinite e getta i rifiuti come se si volatizzassero. Quando apriremo gli occhi e ci renderemo conto del nostro impatto sulla natura? Ovviamente le aziende che vendono non vogliono certo che il consumatore veda o abbia un’idea dell’impatto ambientale del prodotto che acquista…in ogni caso vi posso dire che viaggiando in bici ne vediamo delle belle !
Il 6 dicembre 1983, Napoli, il primo grido di Marcolino….31 anni più tardi festeggiamo il suo compleanno in una buona pizzeria di Venosa. Stefania e José, che ci avevano accolto ad Avellino, ci raggiungono per la serata. Durante tutto il weekend siamo super ben accolti da Milena, Giuseppe e le rispettive famiglie. Non mancano le specialità della casa : pecora stufata, focaccia ripiena, orecchiette fatte a mano, pettole…
Domenica, nel primo pomeriggio, Team ZheroEmissioni (associazione locale di ciclisti) ci ha organizzato un incontro informale tra appossionati e curiosi durante il quale presentiamo la nostra avventura e rispondiamo ai vari interrogativi sul viaggiare in bicicletta. L’indomani, alla partenza da Venosa, Giuseppe e Mauro, con le loro tutine fiammanti e le loro leggerissime bici in carbonio, ci accompagnano per una trentina di chilometri. Con i nostri carri armati in acciaio e i 25kg di bagaglio a testa, la velocità di crociera non è la stessa.
Ad Altamura piantiamo la tenda al tramonto, ossia alle 16:30. Alle 17h siamo già dentro al calduccio in compagnia di un tè bollente e biscottini. Stanchi di questa lunga giornata e troppo pigri per mettersi fuori al freddo a cucinare, alle 19h dormiamo già ! Al mattino, sveglia piuttosto aggressiva : « Via da qui ! Non potete stare! Dovete andare via ! ». Iniziamo a parlare con il nonnetto che è venuto a coltivare i suoi campi di buon mattino che, udendo la nostra storia, si tranquillizza, partiamo, ci saluta con un sorriso….pfiou !

Tiphaine

 

Casa Neutral, Be Netural

Casa Netural, Be Netural

In una fredda mattina di dicembre scopriamo Matera e i suoi sassi. Classificati come patrimonio dell’umanità dall’Unesco, si tratta indubbiamente di un posto unico. Questa piccola cittadina della Basilicata è stata eletta capitale europea della cultura 2019 non soltanto per la sua storia, ma soprattutto per l’entusiasmo dei sui abitanti e i loro mille e uno progetti.

Ci intrufoliamo nelle strette vie e ci inerpichiamo fino al Duomo al lato del quale si trova Casa Netural. Abbiamo un appuntamento con Andrea e Mariella i fondatori dell’ associazione. Attorno ad una tazza di tè caldo ci spiegano : « Casa Netural è uno spazio in cui puoi creare il tuo progetto! Un luogo di co-working rurale e un incubatore di sogni ». Co-working..incubatore di sogni ? Ci vorrà qualche giorno per capire a fondo questi concetti che sono per noi nuovi. Intanto siamo accolti in « coliving » da Casa Netural ! La zona di lavoro ospita anche un soppalco con tanto di vista su Matera dal letto.

Che significa esattamente « co-working » ? Si tratta di uno spazio di lavoro condiviso per chiunque ne abbia bisogno. Le persone incontrandosi, aiutandosi e confrontandosi formano una vera e propria comunità in cui si innescano circoli virtuosi. (alcuni esempi in Francia http://coworkinginitiatives.com/ e all’estero http://www.thenetworkhub.ca/ http://www.coworkingvisamap.com/)
Il non plus ultra di Casa Netural sono Mariella e Andrea. In pochi istanti vi trasmettono un’energia incredibile, uscirete da una discussione con loro più motivati che mai per il vostro progetto. Sono loro i veri propulsori per la parte « incubatore di sogni ». Avete un sogno, ma siete bloccati nella realizzazione, non sapete cosa fare…Andate a trovarli, vi faranno da coach ! Vi guiderrano passo passo e attiveranno con piacere la loro rete di contatti per farvi avanzare. Organizzano eventi a tema, conferenze…ad esempio abbiamo incontrato Eliana che ha lavorato con Casa Netural per realizzare il suo B&B alternativo « L’Albero d’ Eliana » e Nadia che con il suo negozio Feelosophy, rappresenta un esempio concreto di artigianato sostenibile.

Tra le varie attività di Casa Netural c’è anche Netural Family e la sua nuova Pannolinoteca, ossia una biblioteca dei pannolini lavabili. L’iniziativa parte dalle mamme e mette a disposizione una gamma di pannolini lavabili che possono essere noleggiati. In questo modo ogni bébé trova quello più adatto alle sue natiche e i genitori hanno così la possibilità di comprare solo quello che meglio si addice al proprio bambino. I pannolini lavabili fanno risparmiare bei soldini, rispettano la natura e la pelle dei propri piccoli.

Netural Family è uno spazio che viene dedicato alle mamme e ai loro bambini. Nasce con l’obiettivo di aiutare le mamme escluse dal mondo del lavoro a re-inserirsi e a mettersi in gioco. Non posso fare a meno di accostare questa bella iniziativa con il progetto indonesiano Tumbuh di Life Project For Youth, che ho avuto modo di incontrare a marzo 2014 e che sosteniamo oggi come Cyclolenti.

Prima di lasciare Matera non manchiamo di visitare le numerose chiese rupestri, di perderci nell’antico quartiere Sasso Caveoso dove non molto tempo fa la gente viveva con i loro animali e di attraversare il canyon ai piedi della città per raggiungere le grotte naturali che fungevano da rifugio sin dai tempi del paleolitico. Perfette per un bivacco !

Tiphaine

 

URU, il folletto del sud!

URU, il folletto del sud!

Ci lasciamo Matera alle spalle, oggi gran sole, vento in spalla e lunghi tratti in pianura ci accompagnano. Vorremmo arrivare in giornata a San Marzano di San Giuseppe dove ci aspettano i ragazzi di Urupia. A Taranto una signora, incuriosita, ci ferma e dopo una piacevole discussione, ci saluta commossa. Ci abbraccia forte, ci benedice con un bacio e un segno della croce in fronte. Ripartiamo con un santo protettore in più!
È già buio, e abbiamo superato la soglia del centesimo chilometro. Un’arancia, una mela e una manciata di noci me le devo far bastare per placare la fame e alleviare la stanchezza che fa capolino. Il nostro unico contatto di Urupia ha il cellulare spento, ma con le fortuite indicazioni di un fruttivendolo e con la frontale alla mano, scoviamo il cartello che porta in bianco la scritta della nostra destinazione. Ancora un paio di chilometri tra gli uliveti in notturna ed eccoci arrivati. Come una grande famiglia Urupia si prende subito cura di noi: “Ecco la vostra stanza…qui ci sono le lenzuola…prego, prendetevi pure una bella doccia calda. Manca ancora un’ora e mezza prima di cena, se avete fame qui ci sono tarallini, pomodorini e del buon vino”. Questo posto già mi piace!

Urupia è stata definita come un laboratorio sociale di utopia e in quanto tale è in continua trasformazione. Non è un ecovillaggio, ma una Comune libertaria aperta e il primo maggio 2015 festeggia i suoi 20 anni. Per contrastare l’eccesso di maschilismo della lingua italiana, al plurarale usano il femminile e così i membri permanenti diventano “le comunarde”. Il nome Urupia nasce dall’incrocio delle parole “Utopia” e “Uru”, il folletto salentino che avendo una connotazione sia buona che cattiva, ben rappresenta lo spririto con il quale è stata fondata la Comune. “Per cambiare il mondo devi essere buono e al tempo stesso anche un po’ cattivo”, ci racconta Agostino, uno delle comunarde fondatrici.

D’inverno, a tavola, non sono mai meno di 25 e in estate visto che è possibile piantare la tenda quasi ovunque la loro capacità di accoglienza si estende fino a 50/60 persone al giorno. Qui l’ospite non paga nulla, ma, a sua volta, si rende utile partecipando alle attività giornaliere che più gli aggradano. Si è numerosi ed essere organizzati è fondamentale: c’è chi si occupa dell’accoglienza per tutto il mese, chi legge e risponde alle email, gruppi di lavoro dedicati, turni per l’orto, per la cucina e per le pulizie. Come per le tessere di un puzzle ognuno trova il suo posto e le attività comuni, anche le più “faticose”, suddivise tra tanti, diventano piacevoli e leggere. Quando c’è da lavorare si lavora e quando vuoi riposare, riposi. Tutti sono contenti e il benessere della comunità aumenta
Mentre tutti sono impegnati in qualcosa, dove sono i bambini di Urupia? Di recente la Comune ha innagurato l’apertura di una scuola libertaria, ossia una scuola che ha l’obiettivo di far crescere degli individui consapevoli di sé. Un progetto in cantiere da diversi anni e che vede ora la luce. Si tratta di un importante traguardo, ma sopratutto un’ottima opportunità per genitori e bambini di tutto il sud Italia, essendo l’unica realtà di questo tipo al momento attiva. “Crescere delle bambine e dei bambini con un sé più armonioso, fa crescere dei futuri adulti che sviluppano una propria individualità e una propria autostima, fattori che sono fondamentali ancora prima della libertà…essere liberi senza sapere cosa fare della propria libertà non è sicuramente il massimo…” afferma Tea, la comunarda che ha portato avanti questa iniziativa. (Per maggiori info: Rete educazione libertaria)

Il tempo sembra volare e prima che me ne renda conto sento la campanella, quella del pranzo e poi la seconda della giornata: è già ora di cena! A tavola non manca mai del vino rosso, del profumatissimo olio e del pane casareccio. Sono tutti alimenti locali e genuini che Urupia, sotto forma di cooperativa, produce e distribuisce tramite una fitta rete di amici e G.A.S (gruppi d’acquisto solidale). In ordine di cottura: focacce, pane, frise, tarallini e biscotti. Attorno a me impastatrici, bilance, madie, scaffalature, misurini, non manca nulla. Mi sono iscritto al turno del forno e insieme ai grandi esperti, Gianfranco e Carlotta, che per un giorno a testa devono sopportare tutte le mie domande, contribuisco e assisto alle varie procedure: si impasta, si taglia, si dà la forma, e tra una sfornata e l’altra è difficile resistere: mhh…che buone le friselline calde!

Non so se personalmente sarei pronto a vivere in una Comune, ma la cosa di cui più sono rimasto sorpreso stando ad Urupia è il modo in cui riescono sorprendentemente a districarsi in questa giungla di umori, di decisioni, di personalità e di incomprensioni che in generale comportano le relazioni umane e che inevitabilmente il vivere insieme amplifica.

Marco

 

Salento, lu sole, le mare e lui ientu

Salento, lu sole, le mare e lu ientu

Mar Ionio in vista, ho la sensazione di un déjà vue. In effetti, nell’estate del 2013, facciamo il nostro primo viaggio di due settimane nei panni di cicloturisti. Testiamo la nostra familiarità con la bici, il campeggio libero, la vita nomade, la capacità di sopportarci a vicenda H24…. È andata piuttosto bene e rieccoci in Salento! Fa strano ritrovarsi sulla stessa strada e pensare a come ci si sentiva esattamente un anno e mezzo fa. Adesso abbiamo un po’ più di bagagli con noi e le spiagge sono deserte, non è ancora periodo di vancanze, è inverno.

Torre lapillo, Porto Cesareo, Porto Selvaggio, tramonto a Torre Uluzzo, Santa Caterina…ricordi, ricordi…A Porto Badisco facevamo il bucato sotto la fontanella del paese quando ci chiama un gruppo di ciclisti. Carlo faceva da guida turistica tramite la sua associazione Salento Bici Tour. Oggi a Gallipoli siamo ospitati da Giulia, che fa parte anche lei dell’associazione, ci racconta le grandi novità. Bhè, cosa c’è di meglio che visitare il Salento in bici in compagnia di gente del posto e spaziando dalle tematiche più varie: gastronomia locale, storia della regione, imparando l’italiano,…hanno sempre delle idee originali e da anni sono impegnati nella mobilità sostenibile e lo sviluppo del territorio.

Domenica 21 dicembre, insieme ad altri cicloviaggiatori, siamo gli ospiti speciali della passeggiata in bicicletta di oggi. Si pedala alla scoperta della Street-Art di Racale. A guidarci ci sono i protagonisti del progetto a cui si deve tutto ciò: Viavai. Di buon mattino carichiamo una ventina di bici sul furgone di Salento Bici Tour e raggiungiamo il gruppo. Una volta che tutti hanno provato e trovato il proprio mezzo, partiamo per un percorso di 25km. Con noi ci sono Sophie e Michel, una coppia di francesi di Bayonne sulla cinquantina, partiti da un anno per un giro del mondo in bici. Hanno attraversato la Spagna, il Marocco, l’Italia e non hanno nessuna intenzione di fermarsi, sono in gran forma! Ci scambiamo idee, consigli, trucchetti….

Il 21 dicembre è il compleanno di mio padre e anche di Giulia che ci ospita. La sera si improvvisa una festa. Oggi è anche il sostizio d’inverno e Marco accetta l’invito di alcuni amici di Carlo e Giulia che hanno organizzato una prova di capanna sudatoria in una spiaggia poco prima di Gallipoli. Marco racconta: Sulla sabbia teli colorati fungono da pavimento, foglie di eucalipto, rosmarino e erbe varie decorano e profumano l’interno della struttura geodesica che fa le veci della capanna. Al centro, un buco ospita le roventi pietre posizionate nel bel mezzo del falò poco distante. La cerimonia della capanna sudatoria appartiene ai popoli nativi americani e si tratta di un rito di rinascita e purificazione. Danziamo scalzi intorno al fuoco, cantiamo e beviamo una tisana. L’acqua evapora sulle pietre incandescenti e riscalda l’ambiente. Purtroppo a causa di alcuni problemi tecnici il calore si disperde e non riusciamo a sudare come si deve, anzi, per dirla tutta fa anche un po’ freddino. Nonostante ciò, una pazza idea ci attraversa la mente: “facciamolo lo stesso il bagno depurativo! Al tre, chi vuole, va”. Ahhhhh, gridiamo per non sentire freddo mentre corriamo chi nudo, chi in mutande verso le onde. È fatta, in fondo non è più fredda dell’Atlantico di quest’estate. Alzo lo sguardo verso il cielo e per un istante dimentico di stare in acqua; rimango incantato dalle stelle che questa sera appaiono numerose e nitide. Dietro di me Gallipoli luccica in lontanza, il vento porta con sè tutto il sapore del mare e il fuoco illumina i nostri visi bagnati; mi sento felice, in sintonia con gli elementi..mi sento rigenerato!

L’indomani giornata relax, ci godiamo il balcone baciato dal sole e con vista a 180° sul mare, che bellezza! Faccio due chiacchiere con Amanda, californiana, che è qui che aiuta Salento Bici Tour tramite WorkAway : lavora qualche ora in cambio di vitto e alloggio. Si tratta di un’altro sito che funziona con la stessa logica di Helpx che spesso utilizziamo durante questo viaggio. Amanda era un allenatrice sportiva negli USA, ma ha deciso di imparare l’italiano, ha fatto le valige ed eccola qua a Gallipoli! Kristy, una sua amica, l’ha raggiunta da qualche giorno, ha appena dato le dimissioni perchè insoddisfatta. Tutti e due, come noi, non si sono date una scadenza al loro viaggio.

Tiphaine

 

Save Town, Putignano

Save Town, Putignano

Rieccoci ancora qui in Puglia, con qualche chilo in più e con la mente ricca di affetto dopo questa breve pausa natalizia trascorsa a Caserta. La famiglia ha deciso di accompagnarci a Toritto da i miei zii dove avevamo lasciato le bici. Era da tempo che non stavamo tutti insieme in auto. Ci siamo goduti ancora per una giornata. Fuori c’è un gran sole si può stare a mezze maniche. Lasagne, mozzarelle, ancora un’abbuffata e ci salutiamo sapendo che questa volta non ci rivedremo tra qualche mese. Passeggiamo lungo il porto di Bari, passiamo in rassegna tutti i circoli e i club nautici. Niente da fare, non è periodo per trovare un barca stop. Rientrando passiamo davanti all’imbarco per l’Albania. Due chiacchiere con dei camionisti turchi ci fanno pregustare quello che ci aspetterà e capire che non sarà facile comunicare laggiù.

Aspettiamo la nuova forcella, quella ammortizzata mi dava dei problemi e così opto per una rigida. Ci sarà da attendere qualche settimana quindi approfittiamo e scopriamo questa Puglia in gran fermento. A Bari un incontro con Salvatore, un nostro amico ciclista, si traforma in una piacevolissima serata passata in compagnia di varie simpatiche associazioni nel mondo della bici. Conosciamo alcuni membri e fondatori di Ciclomurgia, Veloservice e Fiab ruota libera.

Ci avevano avvisato i nostri amici di Salento bici tour: dovete assolutamente passare dai ragazzi della ciclofficina di Putignano. Ok sarà fatto. E avevano ragione. Non appena arriviamo veniamo rapiti e sorpresi da tutte le belle iniziative che hanno preso piede in questa ridente cittadina: La Ciclofficina, Porta Grande coffice, Radio Jp, Birreria Oi, Tik Tak, Save Town….ma un’attimo, andiamo con ordine. Partiamo col spiegare proprio quest’ultimo progetto che tiene le fila di tutto. Save Town è un’idea che prende forma grazie a “Principi Attivi” un bando attraverso il quale la regione Puglia ha dato una vera e propria scossa alla microimprenditoria giovanile. Molte delle attività che abbiamo conosciuto in questo periodo sono nate per merito di tale bando. Save Town viene definito come un incubatore urbanistico per quartieri in difficoltà. Praticamente un progetto per ripopolare i centri storici. Come? Mettendo in rete i proprietari dei locali sfitti del centro storico di Putignano con i giovani dalle idee innovative. La meccanica è semplice: i proprietari concedono 6 mesi di locazione gratuita e i giovani imprenditori hanno un polmone di tempo per far decollare l’attività. In questo modo gli investitori sono sicuri di avviare il proprio progetto in un contesto innovativo e virtuoso e non in in un luogo di abbandono commerciale e turistico; i proprietari gioveranno di tale situazione e potranno contare su affitti di lunga durata; Il centro si ripopola e la gente non ha più bisogno di prendere l’auto per uscire. Eccoci nella piazzetta del centro storico di Putignano, i commercianti, tutti giovani, si conoscono tutti e si aiutano a vicenda. A Porta Grande, lo spazio di coworking, c’è una stanza dedicata a radio JP, una web radio locale a cui partecipiamo come ospiti durante una trasmissione. Ogni domenica tardo pomeriggio c’è “Controra” un appuntamento dedicato alla musica e poi tutti alla birreria Oi per completare la serata con dell’ottima birra artigianale. Guarda, ha aperto anche Lik Lak una libreria per bambini che organizza laboratori e letture per i piccoli. È passato quasi un anno da quando è partito Save Town e tutto è andato per il verso giusto, credo sia un ottimo format da esportare a qualsiasi città o paesino che ne abbia bisogno.

“La Ciclofficina” è stata aperta da Giovanni e Valentina, la ragazza che ci sta ospitando. Durante il giorno ci lavora Fuad, un ragazzo ghanese costretto a scappare con la moglie dalla Libia a causa dei disordini politici del Paese. Un colpo di cacciavite un giro di chiave e sistema la mia bici alla perfezione. Fuad, che ha appena avuto un bambino, ci confessa: “Mio figlio è nato qui, ma la legge non permette di avere dei documenti in regola. Non c’è futuro per la mia famiglia qui in Italia…io mi posso arrangiare, ma per mio figlio voglio il meglio…credo che dovremmo ritornare nel nostro Paese, avremmo sicuramente più possibilità”. Mi fa un certo effetto sentire un africano che pondera di ritornare nel suo Paese per avere più opportunità. Il suo discorso non fa una piega, infatti i figli di stranieri in Italia possono fare richiesta di cittadinanza solo a partire dal diciottesimo anno di età attraverso un complicato iter burocratico che spesso non va a buon fine mettendoli in una posizione di clandestinità.

È passata quasi una settimana e i giorni volano tra le mille cose da fare e vedere. Marco, un ragazzo conosciuto durante la serata a Bari ci porta a vedere in anteprima uno dei carri allegorici del famoso carnevale di Putignano. Quest’anno il tema è l’avarizia. Hanno deciso di dare un forte messaggio sociale e un grosso uomo che mangia soldi e uomini rappresenta l’Ilva, il più grande complesso siderurgico d’Europa che da anni arreca danni all’uomo e alla natura. Nel frattempo Valentina ci porta ad assaggiare i celebri panini di Marino a Noci. Marino ci delizia con i suoi abbinamenti. Una sinfonia per il nostro palato. Usa solo ingredienti locali e naturali. Oggi Marino fa parte di slowfood ed è il secondo panino più buono d’Italia.

Domani si parte, il gruppo della cicloffinica ha organizzato una serata in nostro onore. Prima di salutarci ci danno una busta con un bigliettino, hanno finanziato 200km attraverso la nostra campagna “più ci fai pedalare più fai del bene”. Un sentito grazie!

Marco

 

Brindisi, che bella sorpresa!

Brindisi, che bella sorpresa!

Sul tratto Putignano-Ostuni siamo accompagnati da un fotografo professionale, grande amante del cicloturismo (membro dell’associazione La Ciclofficina di Putignano): Marco Totaro. Lungo il cammino ci dà qualche dritta sulle reflex e poi foto a raffica. Inforchiamo le suggestive ciclabili che passano tra Alberobello e Locorotondo. Nelle camapagne spuntano i tetti dei Trulli, le abitazioni tipiche pugliesi. Le pietre piatte sono impilate a secco le une sulle altre fino a formare il tetto. La storia narra che questa tecnica permetteva di smontarli velocemente prima che lo Stato venisse a riscuotere le tasse per le case terminate. Piccola pausa merenda nei pressi della chiesetta di Barsento. Gode di un ottimo panorama e numerose coppie vengono qui da tutta Italia per sposarsi.
Salutiamo il nostro fotografo ad Ostuni, la città bianca. E partiamo alla ricerca di un terreno di un altro Marco, incontrato qualche giorno prima, per piantare la tenda. Non siamo sicurissimi di averlo localizzato, ma scavalchiamo lo stesso il muretto e passiamo una notte tranquilla tra gli ulivi.

A San Vito dei Normanni siamo sorpresi di vedere un distributore d’acqua a pagamento. Un’iniziativa carina per evitare le bottiglie in plastica, peccato però che si tratti della stessa acqua dell’acquedotto che viene filtrata e proposta liscia o frizzante, come ci spiega un vecchietto del villaggio. Praticamente è quella del rubinetto solo che ora la gente prende l’auto facendo scorta di litri e litri pensando di risparmiare. L’acquedotto pugliese è il più grande d’Europa, un’opera incredibile, iniziata verso il 1870 e conclusa poco prima della seconda guerra mondiale, per portare dell’acqua potabile in Puglia dalla Basilicata e Campania.

Alla pereferia di Brindisi campi di carciofi a perdita d’occhio. Raggiungiamo il centro della città dove Luigina, che si è proposta di ospitarci, ci accoglie calorosamente. Il cammino di Santiago le ha cambiato la vita, una vera e propria rivelazione ci confessa. Oggi organizza passeggiate trekking meditative attraverso la sua associazione Meditazioni in Movimento e si è specializzata nel massaggio tibetano e shiatsu. Marco ha testato le campane tibetane, un vera e propria “riprogrammazione cellulare”.

Diluvi degni di monsoni si abbattono sulla regione, facciamo lo stesso un giro tra i porti e club nautici alla ricerca di una barca a vela che prenda la direzione est…vi incontriamo una coppia franco-olandese che abita sulla propria barca da 8 anni: Costa Azzurra, Tunisia, Sicilia,…Brindisi. Lui si occupa della gestione dell’imbarcazione, lei fa analisi di mercato come freelance per delle aziende di sondaggi e ciò permette loro di avere un’entrata. Non è bella la vita? Al circolo di vela le possibilità per noi sono finite…intanto il proprietario del bar ci invita per un tè e ci racconta dell’avventura di due francesi che sono passati da qui. Erano partiti in canoa dalla Francia in direzione della Turchia! La bici a confronto è una caccola! Ed erano anche loro in modalità campeggio libero. Per niente facile da immaginare dopo una giornata nell’acqua salata.

Aspettando la nuova forcella per la bici di Marco approfittiamo per inserirci nella vita brindisina e cerchiamo uno spazio di coworking, luogo che fino ad oggi è sempre stato principio di incontri interessanti. Atterriamo al TANK, il serbatoio di idee! Un architetto, una responsabile di comunicazione nel settore nautico…un bel gruppetto di giovani motivati e poi Davide e Vincenzo i creatori di questo spazio di coworking. Ora hanno finalmente un luogo dove lavorare alla loro associazione SEI piuttosto che nei bar o a casa.

Una sera Davide ci porta a Taranto per un aperitivo a base di canapa e un duello di poesie. Nel vecchio centro storico, un locale del comune abbandonato e poi occupato per lunghi periodi ha trovato luce nel progetto Cucina Fàtu, una cucina condivisa libera per organizzare eventi come quelli di questa sera. Scopriamo gli alimenti a base di farina e semi di canapa (tutto legale ovviamente!): focacce, insalte con semi e olio di canapa, rustici…mhh che bontà! A quanto pare nella vecchia Taranto sono numerosi i locali che il comune tiene in stato di abbandono…mi viene in mente il progetto Save Town.

Domenica mattina, tutti in bici per una una pedalata contro il razzismo. Purtroppo con gli ultimi eventi che voi tutti conoscete se ne sentono delle cotte e delle crude! A Brindisi un vero e proprio pazzo ha dato fiamme ad un palazzo con degli africani all’interno…incredibile, siamo tutti abitanti di questa Terra, degli essere umani, con quale diritto alcuni pensano di poter decidere della vita degli altri per delle questioni di religione o di colore!? L’ignoto e le differenze suscitano paure quando invece dovrebbero essere motivo di arricchimento.

Lunedì sera al TANK organizziamo una presentazione del nostro viaggio accompagnato da crêpes preparate sulla nostra cucina portatile. La sala è piena e le domande impazzano. Tra qualche anno il mondo sarà pieno di cicloviaggiatori! Un sentito grazie a Davide e ai ragazzi di Tank che ci hanno accolto, mostrato le bellezze di Brindisi e messo a disposizione il loro sapere per dare una mano a questi due sconosciuti ciclisti.

Martedì 27 Gennaio, ci imbarchiamo per la Grecia…

Tiphaine

 

Taglio del cordone ombelicale: Grecia

Taglio del cordone ombelicale: Grecia

A quanto pare non siamo gli unici cicloturisti ad imbarcarci. Jonnas è un giovane ragazzo tedesco e dalle sue quattro sacche mezze vuote non si direbbe mai che anche lui sia partito per un lungo viaggio in bicicletta verso l’Asia. Condividiamo la cena e passiamo il tempo ad esaminare a fondo tutti gli elementi che compogono la sua valigia, voglio proprio capire come posso alleggerire il nostro bagaglio!

Non è ancora l’alba e pance debordanti si trasportono dalla sedia al bar per un caffè. Volti dai tratti simili ci guardano come se fossimo alieni e con gli stessi occhi guardiamo loro. Sono i camionisti che, in questa stagione dell’anno, sostituiscono le masse di turisti sulla nave. Fuori è ancora buio quando stiamo per attraccare ad Igoumenitsa. Ho dormito poco e male, avrei solo voglia di un letto e una buona tazza di te per scaldarmi, ho freddo dentro. Per la prima volta ho la sensazione di partire veramente e sono un po’ spaventato, ho la nausea. Eppure la Grecia non è così lontana e sconosciuta, ma con essa inizia un nuovo capitolo del viaggio. Da qui in poi niente più itinerari che passano per la Francia o per l’Italia, d’ora in avanti non faremo altro che allontanarci dalle nostre terre, dai nostri sapori, usi e costumi, dai nostri cari. Non più alfabeti simili e sempre meno strade asfaltate. Mi sento come al primo giorno di scuola, nuovi insegnanti, compagni di classe e materie. Non so se sono pronto ad affrontare tutto ciò. Non vorrei più scendere dalla nave. Non abbiamo pianificato assolutamente nulla, non ho nemmeno la più pallida idea della strada o della direzione da prendere [Nota di Tiphaine: “È questa l’avventura mio caro!”] Nessun conoscente, amico di amico o couchsurfer ad attenderci. Davanti a noi solo la strada e il nostro destino.

Alla fine fuori fa meno freddo di quello che pensavo. Una sistemata alle borse, un’occhiata alla cartina et voilà il programma è fatto: seguiremo la costa. La nave riparte, tra qualche ora arriverà a Patrasso, noi non prima di una settimana. Ancora qualche sbuffo di fumo dalla ceminiera e scompare lentamente all’orizzonte, con sè porta via ansia e paure. Un colpo di pedali e siamo immersi in questo nuovo mondo. La nausea lascia presto il posto allo stupore. Baie verdeggianti, acque cristalline, colline sinuose che fanno da contrasto, montagne, vallate, isolette quà e là, altro che Nuova Zelanda, il paradiso è qui e a due passi da casa. L’aria è condita di odori misti tra mare e campagna, ne divoro a grandi boccate mentre gli occhi assaporano il gusto di questi paesaggi incontaminati. Apro tutto la cartina, questo paese è vasto ma conta solo 12 milioni di abitanti di cui un terzo vive nella capitale. Non c’è quasi nessuno, mi sento già parte di questa terra.

Marco

 

La Monaca Nera

La Monaca Nera

50 km possono bastare come prima giornata. La pioggia si fa insistente e un bar ci fa da rifugio. Yassu (ciao in greco), un gran sorriso e facciamo già parte del gruppo. Avevo dimenticato quanto i greci parlassero animatamente. Festeggiano il governo appena eletto. Sono contenti e le chiacchiere vengono innaffiate da abbondanti e numerosi bicchieri di Zipuro, una grappa locale. Sono fiduciosi, e sperano che questa volta le cose vadano meglio. “Questa sera siete miei ospiti, ho un albergo qui vicino, ora è chiuso, ma posso aprirvi una stanza” ci risponde senza esitare un attimo un signore nel bar quando iniziamo a chiedere dove poter sistemare la tenda. Dal letto abbiamo la vista sul mare e dal terrazzo mi basta allungare una mano per afferrare delle arance direttamente dall’albero. Niente male come prima notte greca.

Nonostante le salite, pedalare con questi paesaggi è una goduria, il sole fa la sua parte. Il dolce benvenuto della Grecia non è infinito e per qualche giorno le condizioni sono avverse. A Brindisi qualcuno ci aveva domandato se fosse peggio pedalare con la pioggia o col vento. Adesso potrei rispondere con certezza: entrambi contemporaneamente! Giacca goretex, pantaloni antipioggia, sovrascarpe, calzini e guanti impermeabili…quando piove non c’è niente che tenga! Grondanti d’acqua ci infiliamo nel primo locale che troviamo e affondiamo i denti sul primo di una lunga serie di Pita Gyros, non vedevo l’ora!

Il tunnel sottomarino di Preveza è vietato attraversarlo a piedi o in bici, ma per fortuna a Parga ci avevano avvisato e informato di un servizio di navettaggio gratuito. In men che non si dica Bibine e Blanquette si fanno compagnia nel carrello posteriore dell’auto che ci traghetta dall’altra parte. Il vento non smette di ululare e ogni giro di pedale è una conquista. Questa sera scopriremo come i greci risponderanno alla nostra tecnica di auto invito. Ecco, questa villetta ci ispira….dlinn dlonn! Dopo un attimo di titubanza per la nostra “invasione di campo” ecco la parolina magica “seguitemi”. Per questa notte le nostre membra si riposeranno su un comodo letto al riparo dalle intemperie. Al mattino prima di ripartire Nick, il proprietario della casa, si presenta con delle uova soda delle sue galline, del pane e del formaggio fresco: “l’ha preparato mia moglie, prendete, avrete bisogno di molte energie”.

Mentre ci inerpichiamo tra i monti, passiamo per un intero villaggio in pietra abbandonato. Immaginiamo come doveva essere lo scorrere della vita una volta qui su. Ora è popolato da capre e cani che ne fanno la guardia, per fortuna non troppo aggressivi. Anteporre le bici tra te e il cane, scendere e camminare. Mhh, funzionano queste tecniche! Per un attimo la pioggia ci dà tregua e approfittiamo del forte vento per asciugare i vestiti ormai fradici.

Sono quasi le 17:00, sulla strada per Mitikas incrociamo un cartello che indica la direzione di un monastero. Vabbè, tanto starà qui vicino, saliamo!

Ci occorerranno una quindicina di tornanti e un’ora di sudore per raggiungerlo. Stiamo per entrare quando un signorotto ci viene incontro e ci offre il suo aiuto. Mike, a quanto pare, conosce bene la monaca che vive da sola qui da ben 11 anni. Ci introduce. La monaca è gentile, ci fa accomodare, ci serve dei lokum e delle barrete di frutta secca e cioccolata, ma per dormire in convento non se ne parla proprio. Mike è contrariato non ne capisce il motivo, ma siamo una coppia e lei è donna e non può assolutamente permettere che una presenza maschile dorma all’interno della struttura. Ahahhaa, ma tu guarda gli effetti collaterali della religione. Peccato anche perchè ci sono numerose stanze vuote. Vabbè, appena fuori il cancello c’è una legnaia coperta con tanto di vista panoramica. Almeno qui potremmo piantare la tenda. La monaca questa volta non può rifiutarsi!

Marco

 

Carne con Carne

Carne con Carne

A Mytikas il mare arriva fino a dentro il paesino. Ogni tanto gruppi di caprette attraversano la strada, questo tratto di costa è molto suggestivo. Una serie di chioschetti in riva al mare, chiusi in questo periodo dell’anno, saranno la nostra casa per questa notte. Gi godiamo gli ultimi raggi di sole prima che le onde del mare ci cantino la ninna nanna.
Questa è l’ultima salita della giornata poi giù verso Lesini. Per un lungo tratto la strada è infangata, in meno di un secondo siamo tutti marroni: vestiti , borse e bici! Questa pioggia proprio non vuole smettere e bagnati si sente più freddo di quanto faccia in realtà.

Non so come mai, ma a Katochi, quando cerchiamo una sistemazione per la notte, un tipo ci dice: “ andate a Neochori, è un villaggio a 2 km da qui, sono sicuro che lì troverete qualcosa”. Alle prime case di Neochori un ragazzo che ci vede passare ci saluta: “Hi”. Freno di colpo e chiamo Tiphaine, non posso fare a meno di tentare. Un attimo di titubanza poi va via dicendo di aspettare. Ritorna tutto contento: “venite pure dentro. Abito con i miei, ma sarete nostri ospiti. C’è anche già il caminetto accesso!”. Et voilà, eccoci davanti al calore della legna scoppiettante e con una tazza di tè caldo in mano. “Venite, facciamo un salto al bar” ci propongono dopo aver ascoltato la nostra storia. Vecchietti guardano la televisione, mentre in mano fanno girare con abilità il proprio komboloi (una specie di collana, simile al rosario, che si fa girare tra le mani come passa tempo). Kostantine e Jannis, il padre, chiamano tutti i loro amici. Il bar è presto pieno. C’è Nikolas, il dottore che parla italiano, Pantelis, l’orso buono, un gran viaggiatore, con la moto è stato ovunque; poi Maiko il musicista, Nikos il barista….siamo nel pieno dell’accoglienza greca. Sono le 22:00 “ora vi portiamo al ristornante, vi piacerà”. Siamo stanchi morti, ma non possiamo perderci una simile occasione. La tavola si imbadisce di ogni: insalate, formaggi, salsine varie, ma soprattutto vassoiate di carne. “dovete sapere che qui in Grecia si mangia carne con carne!” ci spiega Nikolas il dottore. Si parla ad alta voce in greco, inglese e italiano, abbiamo completamente interrotto la quiete di questo piccolo paesino. Hanno deciso che stasera si festeggia, cacciano chitarre e strumenti simili, suonano e cantano a squarciagola canzoni e musiche greche tradizionali; assistiamo ad un vero e proprio spettacolo! Non vogliono assolutamente che partiamo il giorno dopo. Non andiamo di fretta, decidiamo di restare!!

E così passiamo 3 giorni intensi. Alla sera appuntamento fisso al ristorante a mangiare “carne con carne”. Mhhh che buona…ma non c’è verso di pagare, siamo ospiti! Pandelis e Kostas ci raccontano di quanto gli abbia fatto piacere ricevere accoglienza durante i loro viaggi all’estero, ora vogliono ricambiare! Durante la giornata ci portano a spasso a vedere le meraviglie del posto. C’è una riserva naturale proprio qui vicino. Una lingua di strada sottile separa l’acqua dolce da quella salata, a destra il mare, a sinistra la laguna.

Fenicotteri, pellicani, e addirittura delle mucche che si riposano tranquillamente sulla spiaggia. Questa zona, per fortuna è fuori dalle rotte turistiche. D’estate ci vengono solo i locali, ora ci sono solo dei piccoli pescatori. E pensare che negli anni ‘80 quei geni dei politici avevano ben pensato di farci una centrale petrolchimica. Poi grazie alle forti proteste dei cittadini hanno abbandonato questa insana idea.

Porteremo le persone di Neochori nei nostri ricordi, ma è ora di ripartire e la pioggia puntuale ci attende.

Marco

 

Fumante Patrasso

Fumante Patrasso

Pedaliamo senza fermarci un’attimo, per tenerci caldi, verso i 3 km più cari d’Europa: il ponte che collega il Peloponneso al resto della Grecia. Questo ponte è un concentrato di alta ingegneria. È stato progettato per resistere ai forti venti che si creano nel canale, può infatti basculare fino a 2 mt per lato e trovandosi a cavallo su di due placche tettoniche, può allungarsi di svariati metri. Sebbene sia un’alternativa veloce al traghetto rimane una soluzione costosa (circa 12€ per una tratta con auto). Per le bici è gratuito e raggiungiamo subito Patrasso dove ci attende Costas, contattato tramite couchsurfing.

Passiamo una settimana intera a Patrasso, aspettiamo che arrivi il 18 per andare a visitare Re-green, un progetto a due giorni da qui.
Visitiamo il castello dal quale si gode di un’ottima vista e visitiamo la cantina Klaus Gustav, una delle più antiche della Grecia, con tanto di degustazione del vino passito rosso Mavrodaphne, tipico di queste parti.

Domani si va a fare snowboard, sono gasatissimo. Per 30 euro hai l’autobus andata e ritorno, il noleggio degli scarponi e tavola, e pure lo skipass giornaliero; non posso farmi scappare quest’occasione! È la prima volta che vedo mare e montagne innevate condividere lo stesso panorama, la Grecia è anche questo!

È giovedi grasso e la città si trasforma in un barbecue enorme. Per strada ad ogni angolo c’è qualcuno che griglia. Nell’aria i fumi trasportano intensi odori di carne e musiche greche echeggiano da un lato all’altro della strada. Deve essere una giornata da incubo per quei pochi greci che non mangiano proteine animali. Noi ce la godiamo in questo tram tram e la sera a casa ci aspetta la nostra parte. Grigliamo sul balcone in compania di Costas e suoi amici.

Per un paio di notti, tramite couchsurfing, Costas ospita una famiglia tedesca. Abbiamo il piacere di condividere idee e curiosità con questa coppia che con 2 bambini al seguito ha deciso di prendersi un anno di tempo per viaggiare in Europa. I ragazzi sono già nell’età scolastica, ma grazie ad una scuola a distanza che si chiama Clonlara e che è riconosciuta a livello internezionale, Martin e Lena sono riusciti a superare lo scoglio buracrotico del sistema educativo. Come al solito quando si vuole fare una cosa si trova sempre una soluzione. La loro esperienza è condivisa tramite un blog: Family4travel.

Prima di lasciare Patrasso, Costas e un suo amico, Saradis, ci portano a vedere la cittadina costiera che si trova al di là del ponte: Nafpaktos. E’ ora di pranzo e ci infiliamo in un locale. Ci stiamo per accomodare quando un tipo, che noi pensiamo essere il cameriere, si avvicina: “Credo che ci conosciamo”. E’ Jonnas il cicloturista tedesco conosciuto sulla nave per Igoumenitsa. Che piccolo il mondo!

Marco

 

Re-Green: Re-Use, Re-Built, Re-Cycle...Re-Green Your Life

RE-GREEN : RE-USE, RE-BUILT, RE-CYCLE…RE-GREEN YOUR LIFE

Per arrivare a Re-green bisogna sudarsela : 18km di salita per raggiungere 760mt d’altidudine, punto di partenza : 0mt, siamo sul livello del mare. Mentre assaggiamo il primo tornante, la mente cerca di calcolare la pendenza media che ci aspetta per conquistare il piccolo paesino di montagna dove si trova il prossimo eco-progetto che visiteremo. All’improvviso una discesa….NOOOO !!! …gridano i muscoli e la mia mente. Il dislivello aumenta d’un colpo ! Visto che sappiamo fino a che punto dobbiamo salire, ogni discesa diventa una tortura. Consiglio ai cicloviaggiatori : avvolte è meglio non sapere cosa vi aspetta ! Per la pausa pranzo siamo contenti di avere con noi delle spanakotiropita (un rustico greco a pasta sfoglia ripieno di spinaci e formaggio), considerando che non saremo al prossimo villaggio così presto. A quota 600mt : neve e ghiaccio per la prima volta sulle nostre ruote ! In effetti avevano facce perplesse le persone a cui chiedevamo indicazioni all’inizio del nostro cammino : « Seliana ?!! In bici ??? Ma sapete che c’è la neve laggiù ? »

Ci inerpichiamo sempre più, cammino sulla soffice superficie bianca. Marco continua in bici e testa le sue prime scivolate per poi cambiare idea. Superiamo il cartello Seliana dopo 4h di intenso sforzo, ci sono forse 0°C ma non abbiamo per niente freddo ! Che spettacolo: davanti a noi le cime innevate, dietro di noi il mare, lontano, che luccica con questa bella giornata d’inverno.

Maya, l’asino di Re-green, ci saluta dalla sua piccola casetta in legno, terra e paglia, Linda, il cane, ci accoglie con la sua famosa danza del ventre (ha la coda tagliata e agita tutto il suo corpo quando è contenta). Ecco che appaiono Flery e Christos i fondatori del progetto, ne avevano abbastanza della vita in città, hanno fatto i bagagli e si sono trasferiti in montagna. Poi poco a poco il cammino li ha condotti verso quello che oggi è diventato Re-Green : un progetto che da un lato sperimenta continuamente i principi della permacultura dall’altro una struttura ricettiva che accoglie seminari sulle buone pratiche, a cominciare da sè stessi fino alla propria casa e alla natura che ci circonda. Un altro esempio di una delle mille alternative possibili, un altro esempio di come si possa vivere in maniera semplice e allo stesso tempo fare impresa sostenibile. « Re-Green : re-use, re-built, re-cycle…re-green your life »

Siamo appena arrivati e abbiamo già una stanza tutta per noi dove lasciare le nostre cose. Ci uniamo a loro nei preparativi del seminario di Yoga che comincia tra due giorni. Tra una cosa e l’altra scopriamo questo luogo stupendo dove ci sentiamo subito a nostro agio. Amici da ogni dove sono venuti a dare una mano : Kostantino, Hanna, Kristalia, Steven e Chenny….nei giorni a venire spacchiamo la legna per riscaldare le case e cominciamo a preparare i pasti per 30 persone. La chef, Hanna, ha previsto un menu con piatti vegetariani, vegani, crudisti : cracker multi-grani fatti in casa, zucca farcita, humus, hamburger vegetariani con pane fatto in casa, pizza al forno (Marco essendo italiano si occupa della gestione del fuoco)…tutto ciò preparato in un clima sereno e tranquillo. Imparo ad usare la pala per infornare e sfornare le pizze senza far cadere i condimenti….il corso di yoga post pranzo non deve essere facile con tutte queste bontà.

Flery e Christos ci propongono di partecipare al seminario di Yoga. Partecipo con piacere al mattino per un risveglio con dolcezza : esercizi di respirazione, meditazione, canti con l’armonica, stretching ed esercizi d’equilibrio, rilassamento, massaggini..uhaooo..come ci si sente bene dopo. Ciò non toglie che il giorno dopo sento tutti i muscoli, mi fa male ovunque !!! E non è la bici, ma i stiracchiamenti di yoga di ieri. Sono tutti super elastici o sono i che sono diventata rigida come un tronco bloccata nella posizione da ciclista ?

La Maloka dove si svolgono le attività, è un luogo magnifico. Struttura ottogonale con tetto reciproco, ogni muro è realizzato con una tecnica diversa d’eco-costruzione : super-adobe, terra e paglia con supporto in legno, mattoni in terra e sabbia,…dietro all’insegnante di yoga il muro è fatto di terra e grossi pezzi di tronchi d’albero, perfetti per concentrarsi su un punto per mantenere il proprio equilibrio. Sdraiati a pancia in sù si scopre l’armonia del tetto reciproco. La stanza è riscaldata da due rocket stove che si integrano perfettamente con l’arredamento.

Nel weekend durante le pause, mi apparto con Marco per un momento di assoluta tranquillità ai confini del « vuoto », sopra ad un canyon, il suono del torrente che scorre in basso, il sole che ci riscalda, intorno le montagne innevate… che goduria, uhaoo…meraviglioso. In quest’angolo non si può fare a meno che pensare quanto la vita sia incredibile e bella. Respiriamo, ci rilassiamo. Anche il pianeta vive e un giorno questo posto sparirà, l’erosione mangia letteralmente la montagna (fatta di roccia friabile) e Seliana diventa più piccola anno dopo anno.

Lunedi non restiamo che noi e la dozina di abitanti che animano il paesino, almeno fino al prossimo evento. La struttura ricettiva di Re-Green sta riscuotendo successo, tutti i weekend fino ad ottobre sono già prenotati : seminari di yoga, corsi di permacultura, apprendimento dell’uso delle erbe medicinali, eco-costruzioni, riti sciamanici…..

Tiphaine

 

Una comunità di buon vicinato: Re-Green, Liveloula

Una comunità di buon vicinato : RE-GREEN, LIVELOULA

Al mattino la giornata comincia : dare da mangiare alle galline, anatre, oche…e soprattutto controllare che ci siano delle uova ! Con Marco, ricostruiamo una struttura in legno per far arrampicare piante di fagioli e altre leguminose che ripareranno dal sole le fragole e i mirtilli…Su indicazioni di Christos prepariamo il letto di un orto per la primavera. Siamo 4 volontari ora, sono arrivati Hannan e Aaron dal Galles. Ripuliamo l’orto Mandala e applichiamo una tecnica di permacultura (estratto del libro Gaia’s Garden a guide to home-scale permaculture) per arricchire in maniera naturale il suolo ed evitare il ripopolarsi delle erbacce.

Con le belle giornate di sole scendiamo alla cascata dove si fa il bagno d’estate o andiamo a passeggio con l’asino Maya e i cani Linda e Aisha che giocano a rincorrersi tutti insieme. Anche camminare sotto la pioggia, qui nella quiete, è un piacere. Una sera andiamo all’unica taverna del posto a Monastiri, il villaggio vicino. Per menu dei prodotti locali : grigliata nel grande camino, carne di capra e maiale della zona, patate fritte del giardino qui affianco… Durante le giornate piovose restiamo al calduccio delle stufe a legna. Leggo un bel libro trovato nella biblioteca di Re-Green, perfetto per chi non conosce niente e vuole costruire la propria casa a basso impatto ambientale : The Barefoot architect di Johan Van Lengen.

A quanto pare chi viene a Re-Green non riparte così facilmente. È il caso di una coppia portoghese/uruguaiana in viaggio come noi, di passaggio per vedere il progetto, ora trasferitisi definitivamente. La stessa dinamica per Chenny e Steve, coppia belga/olandese, dopo un anno come volontari a Re-Green, innamorati del posto, hanno preso un pezzo di terra nel bosco qui vicino dove vi hanno costruito la loro piccola casetta in legno terra e paglia e fatto un bell’orto. Andiamo a trovarli. Il loro progetto si chiama Liveloula, l’obiettivo per questa estate è di fornire frutta e verdura a Re-Green in modo che il cibo proposto durante i seminari sia quanto più possibile locale. Sono in fase preparativa di un orto gigantesco.

A Seliana, dove non mancano terreni e case disponibili, poco a poco si sta formando una comunità di buon vicinato che interagisce : si aiutano a vicenda e ognuno contribuisce al benessere comune. Questo modello, che non avevamo ancora visto dall’inizio del nostro viggio, risolve, effettivamente, il problema del peso della vita 100% in comunità, dove la mancanza di spazi personali/privati genera spesso conflitti e infine disgregazione del progetto.
Che sia Flery e Christos o Chenny e Steve, avevano tutti un’altra vita prima, non erano nè contadini, nè architetti…tutti possono cambiare la propria vita…
A lungo termine hanno l’idea di fondare un’associazione che abbia come scopo quello di restituire la terra alla natura. Vogliono raccogliere dei fondi per acquistare quanti più terreni possibili nelle vicinanze e lasciarli alla natura o renderli disponibili per chi vorrebbe avviare il proprio progetto eco-sostenibile. Questo preserverebbe l’intera zona dal punto di vista ambientale lontano dai pesticidi e altri inquinanti usati nell’agricoltura moderna.

L’ultimo weekend scopro la bravura di Flery con l’agopuntura. Sento appena gli aghi che infila sulla mia fronte, poi sulle mani e sui piedi….20 min da un lato e 20min dall’altro, poi ancora nella parte bassa della schiena, sulle chiappe e lungo tutto il nervo sciatico. Tuttavia ad un punto ben preciso sento il nervo sciatico stimolato. A fine seduta le domando : « Quanto sono lunghi gli aghi ? E di quanto entrano nel corpo ? » Volete sapere la risposta ?…4cm ???? centimetri ? Si si, quello sulle chiappe è entrato di 4cm !!! Gli altri di circa 1cm, mi dice per rassicurarmi. Sono contenta di averlo saputo dopo 🙂

Il 3 marzo, decidiamo di partire….dilemma dilemma : 2 settimane o 2 settimane e un anno ? Hanno provato a convincerci, ma il richiamo alla strada è più forte. Ripercorriamo la montagna in bici…si scende questa volta, eh eh!

Tiphaine

 

Dall'antica alla nuova capitale greca

Dall’Antica alla nuova capitale Greca

In cammino verso Nafplio le condizioni sono ottimali : un bel sole, un bel panorama, niente traffico, strada piatta ed asfaltata, filiamo col vento in spalla a 25km/h senza il minimo sforzo. Incrociamo una coppia di cicloviaggiatori tedeschi che arrivano da direzione opposta lottando contro il vento. Sono carichi come degli asinelli! Peggio di noi, eh si, è possibile ! Da 10 mesi viaggiano in Europa e tra due rientreranno in Germania. Dopo qualche scambio di consigli, su Atene per noi e sulla costa ovest greca per loro, continuiamo a pedalare. Nei campi intorno, la potatura delle vigne è iniziata, siamo nella regione della famosa uva di Corinto.
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Lungo la strada uno strano cavallo attira la nostra attenzione. È un cavallo di troia alto 3mt fatto interamente con oggetti di recupero. Ci invitano ad entrare nello spazio espositivo e laboratorio di Silo Art Factory. Stelios, colui che ha avviato il progetto, ci fa da guida. Delle vecchie persiane in legno diventano panche e poltrone, le vecchie porte dei tavoli…ogni mobile è un’opera d’arte. Ci invita a bere qualcosa al bar che ha costruito all’interno di un silo di grano, fa molto moda! Visitate il suo sito internet, è una bella fonte d’ispirazione: www.siloart.gr. Prossimamente vuole realizzare un cavallo di troia di 15mt, sempre con oggetti di recupero, nel quale sarà anche possibile entrare.
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Arriviamo a Nafplio la prima capitale della Grecia indipendente dal 1829 al 1834. Molto turistica, ma abbastanza vuota in questa stagione. Dei cameraman e degli attori stanno girando una pubblicità con un pianoforte che va giù da un discesa. Devono rifare la scena più volte e risalire il pesante strumento musicale fino ad ottenere il giusto ciak! Ne hanno di pazienza ! La sera passeggiamo lungo il mare e al castello. Per la felicità di Marco capitiamo di fronte ad una gelateria gestita da italiani…un buon gelato per cena questa sera, miam miam.

Si sale dolcemente fino all’antico teatro di Epidauros. Una meraviglia incastonata tra le montagne. E che acustica ! Su consiglio di mia madre, venuta 19 anni fa, lascio cadere una monetina sulla pietra centrale e Marco, seduto sull’ultimo gradone in alto, sorpreso, sente perfettamente il tintinnio metallico. Restiamo a lungo a goderci questo luogo mentre vanno e vengono scolaresche da tutto il mondo. La giornata è splendida, ci concediamo un riposino al sole sui grandi scalini del teatro.

Lasciamo le montagne per scendere verso il canale di Corinto. Prendiamo la vecchia strada e sopresa…non c’è nessun ponte ! Tuttavia le auto aspettano dall’altro lato..guardiamo bene dappertutto, niente ponte ! Non un ponte che gira o che si alzi…da dove uscirà ? Ipotesi di Marco : dall’acqua ! Delle barche passano il canale, poi udiamo degli ingranaggi che si muovono. Poco a poco vediamo uscire dall’acqua una strada fatta di metallo e assi di legno ancora coperte dalla sabbia. Lo attraversiamo. Resto colpita dalla profondità e da questo canale sia stretto nonostante colleghi lo Ionio con l’Egeo.
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Fino ad Atene la vecchia nazionale è poco larga: a destra il mare e a sinistra la montagna. I camion ci superano senza frenare e in curva…zone industriali e raffinerie ci accompagnano fino all’entrata dell’antica città. Marco ha le chiappe distrutte, gli fanno male solo a guardare la sella : il contachilometri segna più di 100km per un tempo effettivo di pedalta di 7h22min (senza pause). Stremati da questa strada difficile, Giorgos, un amico di Pantelis (vedere articolo sul paesino di Neochori) ci accoglie. Vuole sapere tutto del nostro viaggio, i materiali, le bici, l’itinerario…ha intenzione di raggiungerci per attraversare l’Iran ! Ha più di 60 anni, ma va regolarmente a visitare sua figlia a Corfu in bici (più di 400km in due giorni !)

Ovviamente non possiamo non andare all’Acropolis che domina tutta la città. Il Partenone, tempio principale dedicato alla dea Atena fu trasformato in chiesa, moschea, deposito per la polvere da sparo dei cannoni…e oggi è il luogo turistico n°1 d’Atene. Da qui abbiamo una vista a 360° sull’agglomerato urbano e il mare in lontananza. Stiamo per uscire dal sito archeologico quando accade l’inimmaginabile : Jonas, il ciclista tedesco della nave per Igoumenitsa e poi incontrato di nuovo per caso a Nefpaktos, è davanti a nostri occhi ! Mai due senza tre. Per festeggiare gli proproniamo di pranzare insieme al ristorante iscritto alla rete Warmshower : il Kafeneion Ta Kanaria. Non possono ospitare i cicloviaggiatori, ma in cambio offrono un pasto al giorno. L’ambiente è caloroso, ordiniamo più piatti da condividere come fanno di solito i greci. Mangiamo molto bene e non ci possiamo credere che è gratuito. È così buono che i ragazzi, che hanno ancora fame, domandano di finire i piatti del tavolo affianco che i clienti hanno lasciato quasi intatti. Marco e Jonas si guardano : « ce ne freghiamo dei condizionamenti no ? » E con nonchalance afferrano i piatti. Il cibo per i cicloviaggiatori è sacro, non si spreca ! (Inizio a scoppiare a ridere vedendo la facce delle persone che ci guardano sorpresi. Ma siamo noi i pazzi ? O gli altri che si ritrovano al ristorante a spendere 10/15€ per poi mangiare solo 2 bocconi di quello che hanno ordinato?)

Trasferiamo il nostro « accampamento » nel vecchio appartamento di Christos e Flery, che gentilmente ci hanno prestato. Ciò ci permette di preparare il seguito del viaggio con più calma e di essere liberi di scegliere il programma dei nostri prossimi giorni : comprare le cartine della Turchia, Georgia….,contattare gli eco-progetti in Turchia,…scrivere e selezionare le nostre foto (eh si, tutto ciò prende molto tempo). Marco approfitta per fare una revisione generale della sua bici al negozio Podilato consigliatoci dalla coppia di cicloviaggiatori tedeschi incontrati sulla strada. Ne sanno molto sul viaggiare in bici.

Atene è bella, ma è come Parigi, qualche giorno è sufficiente. 4 milioni di abitanti si sentono! Decidiamo di andarci a cercare un po’ di tranquillità sulle isole greche. Ma prima « vinciamo » un ultimo tour de force…visto che siamo in ritardo per prendere la nave, scegliamo il percorso più semplice per raggiungere il porto al Pireo…errore..ci ritroviamo nel bel mezzo di quattro corsie..Non era venuta ancora la nostra ora altrimenti non sarei qui a scrivervi oggi. Col cuore ancora in gola ci imbarchiamo per l’isola di Amorgos.

Tiphaine

 

Amorgos, piedi a terra

Amorgos, piedi a terra

Arriviamo alle 3:00 del mattino con l’unica nave disponibile dal Pireo. Pantelis, un amico di Flery di Re-Green, ci aspetta 3km più in là. Gli occhi sono ingannati dal buio e soffriamo psicologicamente meno nel non vedere la salita che ci aspetta, anche se, sui pedali, si sente tutta. Alle 4:00 siamo in un letto sotto i nostri caldi sacchi a pelo. Col giorno scorgiamo la grossa parete rocciosa bianca dietro di noi che ieri notte brillava anche in assenza di luce. Ammiriamo finalmente il gran spettacolo che quest’isola offre con i suoi paesaggi.

Pantelis e Simona si sono innamorati di Amorgos, vi si sono trasferiti da un paio di anni per dare una direzione diversa alla loro precedente vita da città in Amsterdam. Con calma, una cosa per volta e la transizione non è traumatica. Mentre ancora lavoravano hanno iniziato a formarsi in diversi ambiti. Lei si è immersa nel mondo delle erbe teraupetiche, dello yoga e dei massaggi, lui in quello della permacutura e tutto ciò che ne consegue. Hanno preso una casetta in affitto e ora vivono con quello che hanno imparato.

« E pensare che una volta questo « scoglio in mezzo al mare » era completamente autosufficiente. Erano in più di 5.000 ad abitarci, nonostante le montagne coltivavano in ogni dove grazie ai numerosi terrazzamenti, era florido, piena d’acqua, c ‘era abbondanza ed esportavano il surplus delle produzioni alimentari al resto della Grecia. Non c’era ancora l’elettricità e nemmeno le strade, e tutti vivevano bene.» ci racconta Pantelis, poi prosegue : « negli anni a venire, è arrivata l’elettricità, hanno costruito le strade, la gente ha smesso di coltivare, l’isola si è prosciugata tanto che oggi devono far arrivare l’acqua con le navi e le capre selvatiche, che hanno stimato in più di 25.000, rappresentano un grave problema insieme alla gestione dei rifiuti. Oggi Amorgos conta quasi 1.000 abitanti, è costretta ad importare tutto, vive di turismo e l’unica cosa a cui pensa la gente del posto e se costruire un aeroporto o meno per incrementare la massa di turisti. »

Rispetto a tante altre isole greche Amorgos rimane comunque una di quelle « autentiche ». Le poche spiagge e, per l’appunto, l’assenza di un aeroporto, la preservano, per fortuna, dall’invasione del turismo e nonostante i suoi « problemi », invisibile all’occhio di chi è di passaggio, è un luogo estremamente particolare. Qui ci sono delle belle vibrazioni ed io personalmente ne rimasi stregato quando ci misi piede per la prima volta diversi anni fa. Ricordo che dopo quei 10 giorni di vacanze estive tornai a Milano così rilassato che dimenticai la password del computer di lavoro.

Zaino in spalla e partiamo per 2 giorni di trekking, arriveremo all’altro capo a piedi. L’isola offre numerosi sentieri ed è troppo montagnosa per farsela in bicicletta. Ripercorriamo tutta la dorsale che va da ovest ad est : riassaporiamo il gusto del camminare. Dlin dlin, suonano le campanelle delle pecore e delle tantissime caprette lungo il cammino. Vecchi villaggi in pietra e grandi opere di terrazzamento. Non voglio nemmeno immaginare la gran fatica per spostare e impilare a secco tutte queste pietre a mano. Il vento soffia forte e a volte sembra di toccare le nuvole, la vista è come da un aereo. 6 ore di marcia ci separano dal primo paesino, Hora. Poco prima di giungervi passiamo dal famoso monastero di Moni Panagia Hozoviotissa che come un diamante è incastonato nella roccia.

Il secondo lato dell’isola è più dolce e scendiamo fino all’ultima baia dove ci liberiamo del pesante zaino che inizia a farsi sentire sulle spalle. Siamo solo noi e un pescatore. Con delle noccioline e dell’uvetta passa prepariamo un aperitivo mentre ci godiamo il tramonto « …mhhh, ci vorrebbe proprio una birretta » dice Tiphaine. Butto un occhio dietro al telo del chioschetto, chiuso, sulla spiaggia…et voilà, una vecchia cassa di birra giace in terra ! Pantelis ci aveva avvisato che quest’isola è magica : « quello che chiedi otterrai !» ci diceva mentre ci raccontava le sue vicissitudini. Su questa scia becchiamo una coppia di francesi, venuti anche loro per vedere il tramonto, ci danno un passaggio in auto per la via del ritorno. Non a caso sono francesi, molti di loro vengono qui per rivivere le bellezze mostrate in «Le Grand Bleu » il film francese girato su quest’isola.

Alberi di arance, nespole, piante di piselli…addiruttura un bananeto….all’improvviso un oasi di verde, in quest’isola di rocce, ci circonda. Pantelis ci ha portato a visitare la fattoria « Organic Amorgos » dalla quale si rifornisce di frutta e verdura tutto l’anno. Tutto è estremamente rigoglioso eppure non una sola goccia di fertilizzanti e pesticidi chimici. Pantelis conosce tutta gente speciale e ci presenta un artista che oggi è diventato uno dei più importanti apicoltori d’Europa. Poco, ma con passione e qualità. La sua filosofia fa sì che il suo miele ogni anno vince il primo posto in vari concorsi che ne determinano la qualità. (Questo il suo sito : ww.amorgiano.gr)

Prima di partire Simona ci rimette in sesto dalle lunghe passeggiate con una bella lezione di Yoga di due ore. Questa sera alle 2:00 la nave ci porterà ad Astypalea. Come dei pipistrelli siamo venuti e andati via col buio, qualcuno ci ha visto, qualcuno altro ci ha percepito, andiamo via senza lasciare traccia, eppure siamo stati lì.

Marco

 

Yassu Grecia, Merhaba Turchia

Yassu Grecia, Merhaba Turchia

Per fortuna un secondo prima di salutare Pantelis, ad Amorgos, ho dato un’occhiata alla spiaggia più vicina su google map. Queste navi hanno degli orari strani e mettiamo piede ad Astypalea alle 4:00 del mattino. La collina alle nostre spalle non è sufficiente per placare il vento, ma siamo stanchi e volendo o nolendo questo posto andrà bene. Fisso la tenda come meglio posso intanto il cielo si colora di rosa, sta iniziando una nuova giornata, noi ce ne andiamo a letto.

Virginia, Giorgos e l’amico Antony, conosciuti la sera prima, all’interno del loro kafenios Argos, nell’ultimo tentitivo di trovare una soluzione alternativa alla spiaggia, ci hanno procurato un alloggio, dato una cartina e anche uno zaino : non ci manca nulla per iniziare il nostro trekking. Le strade secondarie segnate sulla mappa sono degli ottimi sentieri di strada battuta, avanziamo a passo rapido. Dall’alto abbiamo subito la percezione della morfologia di quest’isola che assomiglia ad una farfalla con le ali spiegate. Colline verdeggianti, le solite caprette, cassette di api quà e là e raggiungiamo la nostra meta che abbiamo ancora qualche ora di luce. Questa bella spiaggia, raggiungibile via mare o a piedi, via terra, è tutta per noi. Raccolgo i legni che trovo in giro mentre Tiph prepara la base che ospiterà il fuoco di stasera. Ci scaldiamo allo scoppiettare della legna mentre guardiamo questo cielo stellato : non una nuvola a disturbarlo, non una sola luce. L’altra « ala della farfalla » decidiamo di percorrerla in bici. Lasciamo i bagagli che non ci servono ad un baretto e raggiungiamo Vathy. Conosciamo l’unico abitante del paesino e una terrazza vista baia ospita il nostro albergo portatile. Giusto in tempo perchè cade qualche goccia di pioggia. Cadiamo in un sonno profondo mentre capre e pecore ci accompagnano con i loro versi.

Sulla nave per Kos, Lefteris ci propone il suo giardino per recuperare il sonno frammentato visto i soliti orari notturni di queste tratte. Delle signore ci inseguono addirittura in motorino per proporre stanze ai turisti appena sbarcati. Addio villaggi di pescatori e spiaggie deserte, questa è una di quelle isole colpite dalle grosse ondate di turismo. Lefteris non vuole vendere e il suo giardino spicca come un’oasi nel deserto visto che è l’unico che resiste tra grossi palazzoni e hotel. Giù il telo e fuori i sacchi a pelo, schiacciamo un pisolino. Sento un gran parlare, mi sveglio e vedo una pattuglia di polizia, Lefteris e una signora che sbraita. Ma che succede ? Lefteris, che da uomo maturo è rimasto calmo, ci spiega che la proprietaria dell’albergo di fronte ha chiamato le forze dell’ordine lamentandosi del fatto che non poteva permettere che i suoi clienti, dai loro balconcini, vedessero dei pakistani dormire (ossia noi) a terra nel bel mezzo della città. La polizia dopo essersi accertata che non fossimo pakistani (ma perchè i pakistani non hanno diritto a dormire?) congeda Lefteris : è la sua proprietà, fa quello vuole. La stressata proprietaria alberghiera urla per altri 5 minuti e poi se ne va. Bha ! Gli spazi ristretti della città fanno questo effetto !

C’è una sorgente termale che crea una vasca d’acqua calda prima di dissolversi nell’acqua salata del mare. Distendiamo le nostra stanche membra metre osserviamo la costa turca che ci guarda di fronte. Questa sera dormiamo qui. Uh guarda, questo palazzo non c’era, e qui ci hanno fatto un supermercato. Conosco bene Kos. Ci passai 5 mesi a lavorare come animatore esattamente 11 anni fa…stavo per affacciarmi al mondo. Quello è il grosso complesso turistico dove lavoravo e questa è la casa dove abitavo con gli altri ragazzi. Il portone è aperto e pure l’appartamento, non posso non andare a vedere. Uhh, la mia stanza, stesso letto, stesso specchio, stessa posizione. Tutto è rimasto com’era.
Oggi c’è un gran vento..le navi non partono, le palme si piegano, le onde del mare non fanno in tempo a incresparsi che vengono soffiate via..solo le mucche, con il loro sguardo placido, si comportano come se nulla stesse accadendo.

Finalmente si parte : passport, please ! A fatica e con qualche botta riusciamo a fare entrare le ingombranti bici nell’aliscafo che ci traghetterà dall’altra parte. Ha una forma allungata e da fuori sembra moderno, ma dentro si vede che non hanno mai mosso un dito per della manutenzione. Yassu Grecia : si decolla ! 20min e siamo fuori dall’Europa. Nonostante Bodrum sia una città abituata allo « straniero » qui nessuno parla inglese. Prima che faccia buio ci incamminiamo verso la strada costiera. Tiph scorge una struttura geodesica all’interno di un giardino, sintomo di gente interessante. Bussiamo : « possiamo mettere la tenda qui vicino ? ». « Ho una proposta migliore per voi, perchè non venite dentro, vi offro un tè e potete dormire qui » ci risponde Emre. Cosa chiedere di più ? Tra un discorso e l’altro Emre ci avvisa : « ragazzi io sono un motociclista, qui un Turchia qualsiasi cosa abbia due ruote non è considerato sulla strada, fate attenzione! Questo è l’ultimo paese « organizzato » che avrete sulla vostra rotta, benvenuti in Turchia».

Marco

 

A 2000mt d'altitudine

A 2000mt d’altitudine

Piove a dirotto questa mattina, aspettiamo che si calmi un po’. Alla prima schiarita eccoci fuori. La strada secondaria che percorriamo è piuttosto danneggiata, zigzaghiamo tra le pietre ed i fiumi di fango che hanno invaso l’asfalto. A ciò si aggiunge il profilo montagnoso, muscoli e mente sono messi alla prova. La Turchia inizia tosta.

A pausa pranzo il diluvio riprende. Un signore ci fa cenno di mettersi a riparo sulla terrazza del suo negozietto. Ci offre un tè e delle arance. Il dialogo è breve, 24h che siamo in Turchia, abbiamo imparato l’essenziale : « merhaba, teşekkür ederim… » (ciao, grazie mille…), ma tutti sorridono. Marco sogna di assaggiare un baklava. Quando torno, dopo aver testato il bagno turco in fondo al giardino del signore, trovo Marco con la testa dentro il portabagagli di un furgoncino, ma che fa ? Non vuole più pedalare e ha deciso di caricare le bici a bordo ? No, no è un venditore ambulante di pasticcini. Casca a fagiolo per assecondare la nostra voglia di baklava !

Fino ad Orën il nostro cammino è scandito dai « Merhaba » delle donne pastore tutte vestite con lo stesso pantalone a fiori e con un foulard sulla testa legato dietro la nuca. Sono belle robuste le turche della campagna, sono loro che si occupano delle mandrie di mucche e pecore nel bel mezzo di queste aspre montagne. La seconda mattina in questo nuovo Paese, Aisha ci invita ad entrare per la colazione. Una piccola tavola bassa al centro del salone è ricca di bontà : burek fatto in casa, olive, formaggio, pane, uova all’occhio di bue, burro artigianale, pekmez (vin cotto), miele…e tè ovviamente. Dopo un po’ mi accorgo che Marco ha i piedi sulla tovaglia : ridiamo della nostra ignoranza. In effetti ci si siede a terra intorno al tavolino e la stoffa che sta sul pavimento va messa sopra le nostre gambe e non sotto…Prima di inforcare le bici, Aisha ci mostra un bigliettino da visita. Sopresi leggiamo : « Laure e Pierre, enviroulemonde », sono dei ciclisti francesi passati da qui 3 anni fa con delle bici reclinate !

La costa turca è magnifica, la baia d’Akbük ci lascia senza fiato. Lungo la strada ci incrociamo con Ersin, ciclista e fotografo (il suo sito: www.sanatematik.com), ci tiene a presentarci i suoi amici Çagatay et Isilay che hanno un negozio di noleggio bici ad Akyata : Akyatafreewheeling. A volte si può credere che nulla avvenga per caso : Çagatay si accorge che il copertone anteriore ha un bel buco che lascia vedere la camera d’aria..afferra della colla, un pezzo di un vecchio copertone, del filo di nylon, un ago e il gioco è fatto. Ciò nonostante aggiungo una ruota di scorta al mio carico.

A Akçapinar siamo ospiti di Ercan. Il 31 marzo viviamo una giornata particolare visto che tutta la Turchia rimane senza elettricità dalle 10h del mattino alle 21h di sera. La gente sembra smarrita, ma anche come sollevate quando le batterie dei telefoni e computer si esauriscono. Realizziamo la nostra dipendenza dall’elettricità in ogni azione : accendere la luce, utilizzare il bollitore, lavorare su internet, mettere qualcosa a fresco nel frigo…E la sera, al calare della notte, ceniamo a lume di candele 🙂 La corrente è appena tornata, ma decidiamo di non usarla, tutto è così romantico ! Al mattino siamo svegliati dalla chiamata alla preghiera che proviene dalla moschea di fronte. Una domanda ci frulla per la testa : come si fa a diventare müezzin ? Quello che è sicuro è che questo quà deve essere stato raccomandato alla prova di canto ! Una regola curuiosa da sapere : il consumo di alcool in Turchia è vietato solo nel raggio di 100mt dal luogo di culto. Di fatti siamo sorpresi nel vedere la gente sorseggiare tranquillamente una birra o del tradizionale raki (liquore simile all’ouzo greco o al pastis francese).

Per una giornata Ersin ci accompagna. Circumnavighiamo il lago di Köyceğiz e a Sultaniye per scansarci la pioggia capitiamo in un centro « detox » gestito da degli olandesi : Zest for life. Il posto è bello, circondato dalle montagne e lungo il bordo del lago. All’ingresso un magnifico platano pluricentenario conferisce un’atmosfera quasi sacra. Qui il programma del centro è: molto sport, sedute di massaggi vari e da mangiare 4 succhi al giorno, 2 di verdure e 2 di frutta. Niente di più, niente di meno!

Attraversiamo il fiume di Dalyan su un battello e piantiamo la tenda sulle sue rive all’interno di un giardino di una grande residenza alberghiera ancora chiusa. Il propietario ci ha gentilmente accolto quando Ersin iniziava a preoccuparsi quasi seriamente di dove avremmo dormito. Eh si, era così anche per noi all’inizio del viaggio.

A Göcek, (lo scopriremo più tardi) ci fregano sul prezzo dei gözleme (una specie di crepe agli spinaci e formaggio) e dell’ayran (bevanda fredda a base di yogurt, acqua e sale). Paghiamo 25TL mentre il totale non dovrebbe essere superiore a 15TL…ma Göcek vive di numerose Marina ed è vittima del turismo, gli abitanti hanno delle TL (lire turche) al posto degli occhi !

Dalle parti di Fetyhie facciamo una deviazione per Kayaköy, un villaggio greco abbandonato, tracce del passato. Attraverso una discussione con Ercan e la sua amica Asli scopro la storia della Turchia e dei suoi Paesi vicini. I loro padri sono nati in Bulgaria da famiglie turche stabilitesi da più di 400 anni. Per l’indipendenza della Turchia, nel 1923, Atatürk li chiama ad unirsi al Paese. Abbandonano quindi tutto per giungere in territori a loro del tutto sconosciuti. E al contrario altri sono stati messi alla porta in quanto non appartenvano al Paese, come avvenuto anche per i greci. Per ciò che riguarda la storia greco-turca consiglio questo libro che ho appena finito di leggere : « Addio Anatolia » di Dido Sotiriou. Quasi 100 anni più tardi la storia si ripete altrove…

La catena di amici in Turchia si è innescata, Ersin ci ha messo in contatto con Denis che ci ospiterà a Olüdeniz, dove lavora come pilota di parapendio. Lo aspettiamo sulla spiaggia mentre il sole tramonta e gli ultimi parapendisti della giornata atterrano. Per il mio compleanno saltiamo in tandem da 1700mt d’altitudine con Denis e un suo amico. Con delle correnti ascensionali saliamo a 2000mt, si divertono a sfiorare la neve. Le vele l’una affianco all’altra, discutiamo nell’aria come alla terrazza di un bar con una vista panoramica.

Tiphaine

 

Dove sono finiti gli hippy?

Dove sono finiti gli hippy?

Da qualche anno una strada porta a Kabak, ma per raggiungere la vallata non è asfaltato. Passiamo in modalità fuori strada, i freni si riscaldono, i copertoni si consumano sulle pietre mentre teniamo l’equilibrio con le chiappe all’aria, i piedi ben saldi sui pedali, le dita pronte a frenare… controsterzo…tutto sotto controllo ! A Reflection Camps, Pelin, Ilcar, Faty e Jeffdan ci aspettano. Veniamo qui come volontari per due settimane. Abbiamo trovato questa inserzione sul sito di Tatuta che raggruppa un bel numero di iniziative « green » della Turchia. Reflections camp, iniziato nel 2003, è il primo progetto di case in superadobe del Paese. Tuttavia rimango un po’ delusa nello scoprire che l’ideatore e costruttore di tutto ciò ha venduto tutto due anni fa…addio consigli, esperienze e storia del progetto.

Kabak oggi è un luogo piuttosto conosciuto. Una volta era un punto di riferimento degli hippies che venivano qui per stare tranquilli e industurbati lontano dalla civiltà e per immergersi in questo luogo unico con la sua scogliera, la valle boscosa e la piccola spiaggetta. Qualche capanna in legno, i primi accampamenti…ora decine e decine di camping con i propri bungalow di qualsiasi genere ospitano più di 1000 turisti in estate (in questo momento saremmo si e no una cinquantina di persone). Bungalow, valle isolata…quindi le acque reflue andranno tutte nel terreno…useranno sicuramente dei saponi biolocigi ?! Eh no, a quanto pare no ! Oggi il business è business oppure ignoranza ?

Maike, una volontaria tedesca che conosce già il posto è venuta per dare manforte ai preparativi della stagione turistica. Tutti insieme levighiamo la terrazza, passiamo l’impregnante, diamo una sistemata ai bungalow, ricostruiamo ciò che l’inverno ha abbattuto e riconfiniamo la natura che si è propagata in questi mesi tranquilli. Non ci sono ancora i cuochi ufficiali e così a turno prepariamo la cena sfoggiando i nostri talenti culinari 🙂 , i turchi sono avvolte scettici di fronte ai nostri menu ; importante, mai dimenticarsi della zuppa ! L’atmosfera è conviviale, si sta bene in questo mese d’aprile. Diversi turisti sono qua per il cammino della « Via Licia » (per gli amanti del cammino di Santiago di Compostela, la raccomando)

Ci prendiamo un giorno di « riposo » per seguire il pezzo della Via Licia che porta fino a Faralya e poi scende alla Butterfly Valley. Prima della discesa, un cartello segnala che ci sono stati dei morti e che se lo vogliamo delle barche possono farci evitare questo tratto pericoloso depositandoci sulla spiaggia….effettivamente è ripido, dei passaggi con delle corde discutibili…un po’ di adrenalina, ma che spettacolo ! Bhè sicuro, se soffrite di vertigini, la barca è la decisione più saggia 🙂

Quando parliamo con diverse persone, sentiamo più volte che Kabak non è più quella di una volta e che in ogni caso è finita l’era degli hippies, la vallata è condannata a morire…l’estate migliaia di giovani delle città vengono per fare la festa, ubriacarsi e drograsi in questo posto ancora un po’ isolato, lontano dalle autorità, senza prestare attenzione alla natura che li circonda…Perchè arrendersi? È da vigliacchi ! Non è mai troppo tardi ! Delle idee se volete trasferirvi laggiù : vendere dei saponi e prodotti ecologici a impatto zero sull’ambiente, fare della sensibilizzazione.

Sono contenta e triste allo stesso tempo contemplando il mare dall’alto della terrazza, questo posto è così rilassante, così protettore con le rocce che si pronunciano sui lati, ci si sente davvero bene e non voglio credere che ci sarà una fine.

Tiphaine

 

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