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Sentieri da lupi

UN VIAGGIO A CAVALLO DAL TRIGLAV ALLE ALPI MARITTIME PARLANDO DI UOMINI E LUPI Il 4 giugno alla sede del Parco Nazionale del Triglav è iniziata un’ avvincente avventura riguardante uomini e lupi. Uno straordinario viaggio a cavallo attraverso l’attuale areale del lupo nelle Alpi per raccogliere dichiarazioni e racconti da chi è coinvolto direttamente […]

Sentieri da lupi

7 Giugno 2016

UN VIAGGIO A CAVALLO DAL TRIGLAV ALLE ALPI MARITTIME PARLANDO DI UOMINI E LUPI

Il 4 giugno alla sede del Parco Nazionale del Triglav è iniziata un’ avvincente avventura riguardante uomini e lupi. Uno straordinario viaggio a cavallo attraverso l’attuale areale del lupo nelle Alpi per raccogliere dichiarazioni e racconti da chi è coinvolto direttamente dalla presenza del lupo. Paola Giacomini è partita dal Parco Nazionale del Triglav con la sua cavalla Isotta per raggiungere il parco delle Alpi Marittime alla fine di agosto.

Paola Giacomini e Isotta (Isotta Raminga è il suo nome completo) viaggiano insieme da più di dieci anni. Isotta è una piccola cavalla di montagna abituata a terreni difficili. Paola è uno spirito libero e curioso, amante della vita all’aria aperta e ha pubblicato nel 2015 il suo primo libro riguardante il loro viaggio a Santiago di Compostela.

La prima tappa del viaggio passa attraverso il Triglav National Park sulle tracce di un lupo slavo  di nome Slavcz che ha formato, sui monti della Lessinia, un branco con la lupa Giulietta, proveniente dalla catena appenninica.

Il resoconto degli incontri e delle interviste raccolte lungo la strada sarà tema di discussione del blog del sito www.sellarepartire.it

L’idea del viaggio di Paola è stata adottata dal progetto  LIFE WOLFALPS, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito della programmazione LIFE+ 2007-2013 “Natura e biodiversità”, con l’obiettivo di realizzare azioni coordinate per la conservazione a lungo termine della popolazione alpina di lupo. Il progetto interviene in sette aree chiave, individuate in quanto particolarmente importanti per la presenza della specie e/o perché determinanti per la sua diffusione nell’intero ecosistema alpino. Tra gli obiettivi di LIFE WOLFALPS c’è l’individuazione di strategie funzionali ad assicurare una convivenza stabile tra il lupo e le attività economiche tradizionali, sia nei territori dove il lupo è già presente da tempo, sia nelle zone in cui il processo di naturale ricolonizzazione è attualmente in corso.

La Banca Capasso Antonio spa, sensibile ai problemi ambientali e alla gestione del territorio, sostiene l’iniziativa di Paola con la speranza che il progetto europeo possa estendersi anche alle zone appenniniche e al Matese in particolare, dove il lupo è ritornato a svolgere la sua funzione di predatore, e la sua costante espansione degli ultimi decenni ha permesso la ricolonizzazione dell’areale alpino.

Paola invierà racconti e immagini del suo viaggio a cavallo che potranno essere consultati sul sito della Banca all’indirizzo www.bancacapasso.it

Inizia l’avventura

Ieri, quattro giugno è cominciata l’avventura vera e propria. Isotta ed io siamo partite da Trenta, dalla sede del Triglavski Narodne Park e siamo salite al passo Vršič. I monti della Slovenia settentrionale sono selvatici e accoglienti come la gente che li abita. Non c’è da temere l’ostacolo della lingua perchè tra inglese, tedesco e italiano cercano sempre tutti di capire e farsi capire e tutto è talmente semplice da apparire chiaro. Partire da qui anzichè da un altro posto era necessario perchè qui vicino è stato messo il radiocollare a Slavcz, il lupo di cui seguiremo le tracce e perché qui il lupo è un animale come gli altri e quando crea problemi viene gestito come qualsiasi altro animale come emerge dalla prima intervista di questo viaggio-indagine.

La Carnia, cammino su marce pesanti

Il colle si trova a poco meno di millecinquecento metri sul livello del mare, poca cosa da queste parti.
In Austria nessuno sapeva descrivermi cosa avrei trovato al di là del colle, in Italia pochi avevano idea di cosa ci fosse scendendo verso l’Austria.
La strada che collega i due versanti è interamente carrozzabile. A nord del colle c’è la Gailtal, una terra promessa verdeggiante di prati e boschi con un bel fiume sinuoso che la percorre. A sud c’è la Carnia, territorio appuntito per le forme del paesaggio e per la storia che lo ha tormentato.
È un territorio di frontiera, di quelli che tutti vogliono per ampliare i loro domini e che non servono a nessuno per la forma arcigna dei suoi pendii dove ogni metro messo in piano è una conquista eroica.
La gente che abita queste montagne è gente di valore, conquistato contro frane e alluvioni assistendo a conquiste e disfatte degli eserciti che sono passati di qui.
Cercavo un prato in piano dove passare la notte, un desiderio da lampada di Aladino su questi ripidi pendii foderati dalla foresta. Giunta nella frazione di XXX vedo scomparire dietro una casa una signora anziana e minuscola con il suo cane. Oltre il tornante me la ritrovo davanti e la vedo scomparire di nuovo. Rapida come un folletto percorre viuzze che lei sa e io no e mi sento sotto il suo controllo. In cima al paese non sono ancora riuscita a incontrare altri segni di umanità e sento una voce di donna saltar fuori da una finestra.
– Apparecchia la tavola, è pronto!
Finalmente c’è qualcuno oltre al folletto.
Mando una voce e suono il campanello. Viene fuori Sergio e con lui la soluzione per il posto dove posso accamparmi. Mentre parlo con lui, la signora spunta da dietro una casa, gli sussurra qualcosa e poi sparisce.
Gli aveva detto che se volevo potevo dormire nella sua stalla!
– Ma chi è quella signora che sembra un folletto?
– È Mariota, sai quanti anni ha? È del trenta!
– Allora era qui quando sono arrivati i cosacchi.
– Sì, aveva quindici anni.
Lei nel frattempo era proprio scomparsa e io preferivo il bel prato in piano che era saltato fuori.
Il mattino dopo sono partita prima che fosse possibile parlarle e non ho potuto sapere niente di più di quello che mi ha raccontato Sergio.
Quando sono arrivati i cosacchi c’era miseria come sempre, ma qui la guerra non aveva avuto un fronte doloroso come in altri posti. Erano arrivati i tedeschi, avevano deciso che la Carnia gli apparteneva e la gente aveva continuato a vivere come prima.
Quando i tedeschi avevano assegnato le case della popolazione ai cosacchi, erano tutti talmente abituati alla guerra che si sono semplicemente stretti per far posto a tutti. Quella gente era disperata alla stessa maniera loro e in più era senza casa.
In altri paesi ci sono stati brutti episodi, ma qui no. Certo che non era bello doversi stringere ancora di più in posti già stretti ma era tempo di guerra e loro erano ragazzi in gamba, nel lavoro dei campi e della legna non erano secondi a nessuno.
– Avete più avuto notizie di quelli che erano stati qui, dopo che se ne sono andati?
– No, credo che siano morti tutti
Arrivata a Paluzza, una bacheca di informazioni turistiche mi segnala che stavo attraversando il percorso della disfatta di Caporetto. Tutta questa gente che ha camminato in questo stesso posto dove sto passando ne aveva viste di tutti i colori.
Vado oltre e salgo verso Timau, era lo stesso periodo in un anno diverso e i cosacchi passavano da qui per andare ad affidarsi agli inglesi.
Piove, la valle è bellissima, la vedo a tratti una montagna alla volta ogni volta che si alza una nuvola. Qualcosa di compìto e astratto mi lascia assorta finchè non vedo più la strada del Plockner Pass.

 

Le Alpi delle regole

Qui ogni foresta e ogni pascolo sono sotto l’amministrazione delle Regole. I confini di ogni Regola sono quelli di un certo numero di famiglie che decidono collettivamente come gestire il territorio.

Scendendo dalle sorgenti del Piave si raggiunge una serie di boschi e pascoli trapuntati di mandrie e villaggi e le fontane in mezzo alle case e ai prati dissetano la gola di animali e cristiani.
In tutta la Val Venzenda e Venzasa non ho visto neanche un recinto. Gli animali appartengono alla collettività e non serve controllare confini di proprietà. Sembra la valle incantata. Lì ho sentito per la prima volta la parola ‘Regole’ mentre Isotta infiltrata brucava l’erba di quei pascoli.
Un passo dopo l’altro siamo arrivate a Cortina D’Ampezzo. Lì di Regole ce ne sono due: una per versante. Viene fuori un’altra importante caratteristica: le dimensioni dell’area sotto il controllo della stessa collettività sono discrete ma non esagerate in modo che il controllo sia veramente capillare e che il numero di famiglie che fanno parte del consiglio non sia troppo elevato anche per riuscire a tenere insieme le teste che ne fanno parte. Possibilità e bisogni: famiglie più numerose hanno più necessità ma danno anche più energia.
La collettività è amministrata da un consiglio di cui fanno parte tutti i capi famiglia. Il diritto di parola è solo degli uomini o della sorella maggiore in caso non ci siano fratelli e conserva questo diritto solo se sposa un uomo di Cortina.
È vero che sia il Friuli che il Trentino sono regioni in cui sovvenzioni e premi sono superiori alle altre, senza soldi da investire non sarebbe possibile sostenere certe spese. Il fatto che l’obiettivo delle Regole sia di tenere in ordine boschi e pascoli affinché rendano dignitosa l’esistenza di chi ci vive ha come conseguenza che strade, piste e sorgenti siano accuditi anche per chi passa e passando da lì si percepisce la cura che sta dietro ogni pianta e animale.
Credo di essere uscita dai territori controllati dalle Regole a Paneveggio. La Foresta è sempre stata demaniale, a partire da metà del lago, dove arriva è sotto la Magnifica Comunità di Fiemme che vanta il documento ufficiale più antico: i Patti Ghebardini, che ne accerta l’esistenza è datato 1187.
È da secoli che le stesse famiglie si succedono mantenendo antiche regole e aggiornando tecniche e modelli per curare questo territorio. Funziona!

Foto 1 Caterina della regola di Ambrizzola fa parte di una famiglia di diversi fratelli. Sono regolieri e lei mi ha raccontato come funziona questa organizzazione collettiva.

Il pannello solare dalla Lessinia al lago di Garda

Ripartita dalla Vallina Alta con un’idea di marciare a spron battuto fino alla Sega, fermandomi solo un momento alla Malga di Campo Retratto, dove Tommaso mi ha detto che c’è un allevatore che ha preso in consegna un cane da guardiania ed è anche casaro.

Sembrava che fosse chissà dove, in un attimo ero lì.

Abbaia un piccolo cane, arriva Ettore. Da giovane era quello che una volta veniva chiamato vaccaro: lavorava sotto padrone e guardava animali che non erano suoi. Un pezzo per volta ha formato una bella famiglia ed è riuscito ad avere la sua mandria, la terra e la stalla. La stalla è una vecchia stalla, da fuori assomiglia a tutte le altre della Lessinia con le sue pareti di pietra rosata puntellate di ammoniti e le grandi lose che coprono il tetto. Dentro sembra una cattedrale, colonne di pietra che reggono archi ad ogiva sostengono il tetto e dividono in tre campate le due corsie dove gli animali vengono legati per la mungitura e quella centrale per passare con la carriola del letame, i bidoni del latte e il mangime. Latte letame e mangime dentro un’architettura di pietra e legno e un mare di monti foderati d’erba intorno. Incontro a me Ettore.

Capisco che non posso passare di qui al volo e mentre rispondo alle sue domande scarico i cilindri e le musette da Isotta. Lei si mette a brucare con l’aria di un cavallo che è arrivato a casa. Andiamo nell’ombra della casa dove c’è Emma che prepara immediatamente un caffè e mi coccolano come un ospite di riguardo.

Il formaggio non c’è verso di pagarlo e lo infilo in una musetta, la lego alla sella, lego l’altra è prendo il cilindro posteriore. Ma dov’è il pannello solare? Qui non c’è. Lì neanche, l’ho lasciato sulla pietra dove lo avevo messo al sole alla Vallina Alta.

No!

Arriva Renato, uno dei due gemelli e mi accompagna fino lì in auto. Nessuna traccia. Andiamo a chiedere al malgaro lì sopra, non ne sa niente. Mi ricordo di aver visto giungere un fuoristrada rosso che lì non c’è, mentre andavo via un’ora prima.

Sì, era Tommaso ma se n’è andato e nessuno sa il suo numero di telefono. Il telefono! Preoccupata di non poterlo più caricare, spengo il mio.

Da una persona all’altra, Renato riesce a trovare il numero di questo signor Tommaso che molto probabilmente è l’unica persona che è passata da lì oltre a me. Tento di riaccendere il telefono, richiede il pin. Il mio cervello è vuoto e ne metto tre sbagliati fino a bloccare il telefono. Ci pensa Emma.

Mi seggo sulla panchina di fronte all’abitazione e cerco di mettermi in ordine. Devo fermarmi qui. Non posso risolvere diversamente. Ettore acconsente e mi dà un po’di mangime per le mucche da dare a Isotta, mentre va a mungere.

Sistemo le mie cose nella solita disposizione e monto il telo in quel posto magnifico, provo a fare qualunque cosa mi possa distrarre, non riesco a combinare niente.

Esce Emma che stava preparando la cena e mi fa notare una statuina di legno che ritrae San Francesco e guarda la valle nascosta dentro un ceppo di platano divorato dal cancro che è stato portato fino qui dalla stessa persona che ha regalato a questa famiglia la statuina di San Francesco.

– C’è l’ha portata quando sono arrivati i lupi in Lessinia e da noi non sono mai venuti. Quest’anno non gli ho ancora portato neanche un fiore

– Vado a prenderli

Mi spargo nel prato sottostante puntellato di ranuncoli e achillee e cerco di non pensare ad altro che a quella mucca che ha partorito stamattina, ha fatto una fatica terribile e adesso è ko.

Il momento della cena è silenzioso, una bella scodella di latte davanti e la testa di tutti altrove.

Torna Renato che è andato a vedere la mucca e finalmente Tommaso risponde. Sarà qui tra mezz’ora con il pannello. Nello stesso momento arriva anche il nuovo codice PUK e il telefono funziona di nuovo. C’è di nuovo tutto!

Riparto per la valle dell’Adige, una bella dormita alle spalle, una bella pista davanti e quando approdo a Malga Riondera posiziono il pannello per caricare la macchina foto. Non carica più. Non saprò mai cosa è successo da quando l’ho dimenticato a quando Tommaso lo ha riportato, probabilmente si è offeso.

Rotto per rotto faccio che smontarlo per capire che cos’ha. Si sono staccati due fili e basterebbe un saldatore allo zinco per rimettere tutto in ordine. Ovviamente non ne ho uno dietro. Chiudo tutto e spero di incontrare un elettricista.

Stavo scendendo sul lago di Garda da una mulattiera che mi metteva al sicuro dal traffico del weekend. Sulla strada è tutto un brulicare di gente e qui non c’è l’ombra di nessuno. Avanzo tranquilla proprio in mezzo e di colpo Isotta mi salta addosso mentre sento la frenata di due biciclette che si fermano a poca distanza dalla sua coda.

– Ma che succede?

– Ciao Paola!

Guardo bene, sembrava fatto apposta. Era Simone. Ci eravamo conosciuti al corso da guide a cavallo di febbraio.

Passo la giornata nella scuderia che ospita i suoi cavalli e mentre parliamo del viaggio viene fuori la storia del pannello.

– posso saldarteli io i fili!

In un attimo il pannello torna a rispondere al sole. Già che ci sono faccio alcune modifiche perchè sia più comodo da legare al cilindro. È meglio di prima.

La Malga di Campo Retratto è un posto magnifico e a chi capitasse di passare di lì, chieda a Ettore di poter vedere quel capolavoro di stalla e si compri un pezzo di Monte veronese, lo fa lui e sa solo di fiori.

Il centro equestre dove Simone lavora come guida è vicino al lago di Garda, il lago è protagonista dello spettacolo e le persone che lavorano lì sono parte dello spettacolo. Chi capitasse lì, chieda di Simone e Valentina e scoprirà un mondo parallelo, nella loro storia c’è una vita a Madonna di Campiglio è una scommessa in riva al lago di Garda.

Questa è la storia di come Ettore, Renato, Emma, San Francesco, Tommaso e Simone si sono messi d’impegno per far proseguire questo viaggio nonostante la mia dabbenaggine.

Foto1: I pascoli della Lessinia
Foto2: L’interno della stalla di malga di Camporetratto
Foto3: L’equipe del Cavallalto incontro fortuito al momento giusto

Passando di qui era inevitabile incontrare questo argomento. Nelle Dolomiti di Brenta l’orso non è mai mancato e percorrere quei sentieri con una persona che si occupa di grandi carnivori è stato tutto una scoperta. Elena Guella viene dal lago di Garda e ha sempre avuto le dolomiti di Brenta nel cuore, ha studiato scienze forestali e al momento di scegliere la tesi non se n’è dimenticata: qualunque fosse l’argomento, doveva andare lì. In quel periodo erano stati reintrodotti dieci orsi provenienti dalla Slovenia per rimettere in sesto la popolazione del parco ormai ridotta a tre individui maschi molto vecchi.
Stavamo salendo a malga Flavona, il sentiero che percorrevamo sarebbe stato impossibile da trovare se non fossi stata al suo seguito.
– vedi quell’albero? Gli orsi sloveni erano stati liberati da qualche tempo, ci era stato riferito che qualcuno aveva visto un orso con un piccolo. Danila aveva ancora il radiocollare e la stavamo seguendo con la telemetria per capire chi fosse il piccolo orso. Lei si spostava in continuazione e ci abbiamo impiegato parecchio tempo. Si capiva che stava arrivando qui, ci siamo messi con l’antenna proprio dietro a quell’albero e lei è arrivata. Era enorme e la sua pelliccia tutta vaporosa la faceva sembrare ancora più imponente. Dietro di lui c’era il piccolo orso. Non era un cucciolo! Era l’ultimo orso del Brenta, l’unico che ha incontrato i nuovi arrivati. La seguiva innamorato come se la comparsa di quest’orsa slava gli avesse ricordato all’improvviso emozioni sconosciute. Lei si faceva seguire ma era molto più attenta.
– Click.
– Il guardiaparco che era con me ha acceso la macchina fotografica.
– Lei ha sentito quel nulla di rumore nonostante tutto quello che stavano facendo lei e il vecchio orso e si è immobilizzata. Ha girato la testa verso di noi e ha guardato dritto dalla nostra parte.
– Quei piccoli occhi neri ti guardano fino in fondo allo stomaco.
– In quel momento mi è venuto un brivido nella schiena come se mi si drizzassero tutti i peli. È vero che in quel momento lei aveva tutt’altro per la testa, ma incrociare lo sguardo di un animale che ti può distruggere in un momento lascia un segno che ha addosso il peso di tutta la paura dei nostri antenati. Un peso di secoli.
– Si è voltata e se n’è andata di là con il vecchio orso alle calcagna.
Ho guardato quell’albero, ho guardato dove se n’erano andati quei due quel pomeriggio e mi sono immaginata la scena di quel povero vecchio orso talmente rattrappito da sembrare un piccolo e di quella giovane orsa in piena forma e splendore.
Lui è poi finito come finiscono tutti, lei era diventata un’abitudinaria frequentatrice dei villaggi intorno a Madonna di Campiglio. Per evitare disastri si era deciso di addormentarla e rinchiuderla. La dose di anestetico era stata letale e anche lei è finita.
È stato un errore, stabilire la dose di anestetico necessaria ad addormentare una persona di cui si conosce perfettamente il peso, l’età e le condizioni di salute e già difficile, erano i primi casi in cui si aveva a che fare con gli orsi dalle nostre parti. Lei è morta, non è più successo di commettere errori così. Siamo poi così sicuri che sarebbe stata così felice a finire la sua esistenza in gabbia con tutti quelli che l’avrebbero davvero voluta morta che sarebbero andati in processione a festeggiare la sua prigionia?

Didascalia foto:
Malga Flavona.
Preparavo l’itinerario. Un itinerario indominabile, ogni valle che individuavo me ne faceva perdere almeno altre due. Guardavo le carte come se volessi farne esplodere il vero paesaggio e loro se ne stavano lì. Segni muti che sapevano un sacco di cose.
Ci sono posti irrinunciabili.

Ha telefonato Elena, era da qualche giorno che ci cercavamo.
– sì, se proprio vuoi andare a Madonna di Campiglio passando da Malga Spora a cavallo, puoi anche farlo. Non è impossibile ma non lo consiglierei a nessuno.
– Sopra il lago di Tovel c’è una valle di pascoli che si succedono uno sopra l’altro circondati dalle alte pareti elle Dolomiti del Brenta. Lì in mezzo c’è Malga Flavona.
Ho immaginato questa valle palmo a palmo mentre me la descriveva. È passato più di un mese e adesso finalmente la vedo e Isotta bruca questa erba.
Questo è un posto irrinunciabile.

ps: siamo arrivate qui senza dover pensare ad altro che a questo sogno. Elena si è presa un giorno di ferie e ci ha accompagnate su con Jack passando da piste e sentieri non battuti. In tutto il giorno abbiamo incontrato tre persone e attraversato la terra dell’orso.

La Casa degli Uomini Giusti
Val Camonica

Mu, primo luglio duemila sedici.
Scendevo dal passo del Tonale su una bellissima pista, in una bellissima valle, con una splendida cavalla e con il cuore sotto i piedi.
La ferratura forgiata da Andrea aveva subìto due brutti incidenti e non mi sentivo di affidarmi alla mia rimessa.
Il primo incidente era stato prima di salire sul Brenta. Isotta aveva messo un piede in una canalina di quelle che fanno scolare l’acqua dalle strade sterrate. Era rimasta incastrata e per liberarsi aveva strappato tutto. Ferro e unghia. Il ferro era messo bene e l’unghia di metà piede era rimasta attaccata insieme ai chiodi. Bel guaio. Per fortuna eravamo ancora a tiro della valle dell’Adige ed Enrico Tita, maniscalco che avevo conosciuto il giorno prima, si è inoltrato per quella sterrata, raggiungendoci per rimediare al guaio. Il ferro raddrizzato sull’incudine non era più lo stesso, ma almeno era attaccato.
Il secondo incidente è successo per aver seguito le istruzioni di un pastore dopo Madonna di Campiglio. Un brutto sentiero di pietre e gradini di pietre da cui l’idea di tornare indietro mi spaventava ancora di più di quella di andare avanti, doveva portarci rapidamente in quota per raggiungere la Val di Sole. Gli ultimi metri erano da affrontare con una scala di legno. Non ci credevo. Tornare giù era improponibile, sono salita per vedere cosa c’era sopra, sopra c’era il lago che ormai avevo dimenticato di voler raggiungere. Una specie di purgatorio con un paradiso terrestre in cima. Guardo Isotta e l’idea di tornare giù è peggiore del bordo di roccia a lato della scala. Partiamo all’attacco di quegli ultimi metri e lei mi segue sulla roccia. All’ultimo gradino si è spostata sulla scala ed è scivolata rimanendo impigliata per un istante nel vuoto tra due assi. Ero troppo veloce, ha tagliato per seguirmi. Fine del ferro posteriore destro. Questo non si è piegato, si è proprio portato via tutto il bordo del piede. L’ho riattaccato non si sa come. Non c’era posto per legare Isotta, è rimasta lì libera tenendo su il piede mentre lavoravo.
Così non si poteva andare avanti. Era necessario l’intervento di un professionista.

Scendevo lungo questa bella strada valeriana e a ogni rumore sospetto guardavo quel povero piede. Il piede era lì. Non c’è nessuno, piove a tratti. Incontro un signore con un cane. Ha un amico maniscalco. Gli chiedo come si chiama e chiamò Andrea per sapere se lo conosce. Andrea dice che è un vero maniscalco. Chiedo il numero a quel passante giusto che è arrivato proprio mentre passavo con tutta la mia inquietudine.
Daniel può venire solo tra due giorni. Occorre che io trovi un posto con una tettoia, un battuto in cemento, la corrente e il gas. Ok. Tutte cose che non posso avere con me.
Ok. Ho tutto domani per cercarle.

Edolo, cinque luglio duemilasedici
Piccole cose a volte richiedono grandi sforzi. Grandi cose capitano perché è il momento. Devio dal sentiero che è troppo trafficato e vedo la tettoia della forma che avevo immaginato con il battuto in cemento e una bella ringhiera di legno. Giro intorno all’edificio e c’è una vasca con un getto d’acqua cristallina. Di fianco alla porta, seduto all’ombra, c’è Luigi, è del Trentacinque, è fatto di nervi e dolcezza. Parliamo un pochino lì all’ombra e a mezzogiorno meno cinque prende la sua bicicletta e se ne va.
– Se passa qualcuno e ti chiede cosa fai qui, digli che Luigino ti ha detto di stare qui.
L’erba del prato è tagliata giusta, un argine ci divide dalla strada sovrastante, Isotta libera sta lì.
Arriva Irene, la figlia di Luigino, Manuel, figlio di Irene, Martina, figlia di Manuel. Quattro generazioni di camuni. Da Irene in giù, motociclisti per passione e per lavoro. Luigi no, lui aveva i cavalli per lavorare.
I giorni seguenti sono stati un continuo avvicinamento a questa famiglia. I motociclisti hanno qualcosa di molto vicino allo spirito cavalleresco. Loro hanno quello spirito, tutti dal primo all’ultimo e Luigi guarda e comprende le nuove generazioni.
L’ultimo giorno sono andati in moto a mettermi i segnali per arrivare fino a Tirano mentre Daniel metteva finalmente i ferri nuovi a Isotta.

Daniel è arrivato con il suo furgone e tutta la famiglia era lì riunita per vedere questo artigiano che si prendeva cura della nostra progressione. Credo che a un certo punto ci fossero una decina di persone lì intorno a guardare ma tutto era talmente discreto e rispettoso che era come se ci fossimo solo noi. Lui ha fatto un lavoro egregio e ferrare un cavallo che ha perso mezzo piede da una parte e tutto il bordo del piede da un’altra non è una cosa da poco.
Possiamo andare avanti diritte.

Lago di Poschiavo, sei luglio duemilasedici
Siamo filate via lisce seguendo i segnali di Luciano e Roberto, la strada sconosciuta messa in chiaro. L’ultimo segnale l’ho intrecciato alla criniera di Isotta, loro in qualche modo vengono con noi.
Luigi quando ci siamo salutati ieri sera mi ha dato un pezzo di formaggio e mi ha detto.
– Se avessi un cavallo e fossi ancora abbastanza forte, ti accompagnerei al colle.

Didascalia foto:

1 Luigi e Isotta si sono capiti al volo.
2 La casa degli uomini giusti.
3 Daniel Cattaneo, uno dei migliori maniscalchi di Italia, è salito da Brescia a Edolo per ferrare Isotta. Luigi non si è perso un movimento e non ha detto una parola. Questa è la famosa tettoia a forma di tettoia.

 

Il passo del Baldiscio

Come scegliere dove passare in un’itinerario così lungo attraverso un territorio così bello, è un’impresa.
– La priorità è la condizione dei sentieri che dev’essere accettabile per il transito di quadrupedi.
– Il tracciato generale non può avere troppe deviazioni, altrimenti non si avanza.
– Ci sono ostacoli e vie agevolate di cui è meglio tenere conto per andare avanti nella maniera più sensata possibile.

Mappa: rappresentazione verosimile di un territorio in scala che permette di farsene un’idea senza conoscerlo per prevedere in anticipo la via da seguire o trovare alternative quando vi si incontrino ostacoli imprevisti.
– Fiumi: percorrendone il corso si procede per lunghe distanze con il minimo dislivello. Per attraversarli occorre prevedere già da lontano ponti o guadi per puntare lì senza grandi giri a vuoto sulla sponda sbagliata.
– Montagne: isolate si possono aggirare, in catena possono essere attraversate o percorse nella direzione delle valli.
L’acqua è sempre collegata alla strada: la modella, la ostacola, la innaffia. Forse anche lei cammina. Non si preoccupa dei dislivelli, quando ci sono li riempie.

Può succedere che sulla mappa siano segnati ponti che non esistono più o ne manchino di costruiti recentemente. L’unico modo per accertarsi della realtà è interpellare le persone del posto e camminarci sopra.

Monte Spluga, tredici luglio duemilasedici.

L’altra sera il mio arrivo al lago coincideva esattamente co. Quello di un nuvolone nero come il catrame che, schiacciato dal vento, ha iniziato a spremere gocce d’acqua che sembravano secchiate e lame di aria che arrivavano da tutte le parti.
– Le Alpi? Ma da dove?
– Dalla Slovenia
– Santo cielo, ma è lontana!
– E da dove vieni oggi?
– Da Niemet
– Santo cielo, ma è lontano! E passi da qui? Proprio da Monte Spluga?
– Sì, qui siamo proprio a metà delle Alpi.
La signora Lorenza mi aveva detto che se mi accampavo al riparo del muro di casa loro non c’era problema e io avevo cominciato a montare il telo sotto quella sequenza di secchiate che riuscivano a cadere persino all’insù, tale era la forza del vento.
Isotta l’ho lasciata carica per tenere il materiale al riparo della termoriflettente finchè non era pronto il telo.
Prima volta. Sto per slegare il cilindro. Folata di bufera. Hop! Il telo sbatte come una bandiera impazzita.
Lego di nuovo la termoriflettente, vuole volare pure lei. Recupero il telo, manca un picchetto. Poteva andare peggio.
Seconda volta con un picchetto in meno un po’ più in là, forse era il posto sbagliato. Sto per slegare lo stesso cilindro di prima. Folata di bufera. Hop!! Il telo sbatte come una bandiera impazzita.
Lego di nuovo la termoriflettente. Manca un altro picchetto. Poteva andare peggio.
Ormai io sono da strizzare. Cerco di tenere in salvo il materiale sulla sella e riprovo dall’altra parte della casa.
Terza volta. Questa volta sta in piedi. È talmente basso che assomiglia a una tovaglia. Tolgo davvero i cilindri.
Mentre sto trafficando, arrivano il signor Marco e i ragazzi con cui lavora. Lui è un uomo forte con una bella barba e indossa una giacca militare di godrete dall’aria calda e asciutta. Ha finito di mungere un momento fa. Da dove si trovavano, mi vedevano tribolare ma erano troppo lontani per dirmi di cambiare piani.
La stalla sarebbe il suo piano.

Ci stringiamo per starci tutti, gli animali che sono già lì, Isotta ed io.
Stendo ogni cosa tutto dove c’è qualche appiglio. È tutto da strizzare.
Mentre mi guarda trafficare mi chiede come penso di proseguire il viaggio.
– Domani passo di Spluga, scendere a Splügen in Svizzera, costeggiare il Reno fino all’attacco del passo di San Bernardino per discendere alla Val Moesa.
– Non ha proprio senso quello che vuoi fare. È lunghissima, devi scendere tantissimo e poi risalire e la strada non è per niente bella. Sali al passo del Baldiscio, sono pascoli su pascoli e dall’altra parte ancora pascoli e ti ritrovi direttamente a Pian San Giacomo.
Guardo la cartina, Monte Spluga 1900 metri, Isola 1200 metri, passo del Baldiscio 2300 metri e oltre il passo un concentrato di curve di dislivello che non promette niente di buono.
L’avevo guardato e riguardato questo pezzo di Alpi prima di partire. L’unico passaggio sensato mi sembrava lo Spluga. Il signor Marco è così convinto e convincente che non ci sia strada migliore che decido di dargli retta. Domani scendo a Isola.
La pista per scendere è un sogno. Una di quelle piste dove si dimentica tutto. Scende dolcemente tra pascoli ricchi di erba e fontane su una bella cresta a cavallo tra due valloni. Sembra di volare.
Ho chiesto a sei persone oltre al signor Marco delucidazioni su questo sentiero che dalla carta non sembra molto equitabile e tutti hanno descritto verdi pascoli e morbide praterie.
Siamo scese molto ma la strada è buona.
Siamo salite molto da un sentiero pessimo.
Giunte alla frazione di Borghetto a un tiro di schioppo dal colle, c’è un signore che nutre molti dubbi sul fatto che dal Baldiscio si possa scendere a cavallo.
Ormai sono qui. Monto il telo anche se è una sera bellissima.
Mattina di vento e di sole.
Ormai sono qui.
Salgo al colle, bellissimo.
Scendo dal colle, bellissimo. Vedo là davanti la prateria che salta nel vuoto. Arrivò alla fine dell’ultimo pascolo: il bel fiume che lo attraversa sinuoso si trasforma in cascata e il bel prato in un muro di pietre.
Ok. Tutte le persone che mi hanno descritto questi bei pascoli non ci hanno mai camminato fino in fondo. Abbiamo visto un bel posto. Possiamo tornare indietro.
C’è il sole. Temporali che si spostano nella valle lasciano al loro passaggio strisce di bianco lucente e grandine. Arrivano anche da noi e non ci lasciano più fino a Monte Spluga.
Prima di entrare in paese mi affianca un’auto, a bordo c’è il signor Marco.
– Non ci sei andata al Baldiscio con questo tempo!
Si fa beffe di me e riesce pure a farmi ridere in mezzo a tutto questo gelo di neve fradicia.
– Facciamo che torno a dormire una notte nella vostra stalla?

Lui non riusciva a credere che non si potesse passare di là neanche dopo tutto il racconto della giornata. Quando sono arrivata a San Giacomo, ho chiesto se qualcuno conosceva il passo del Baldiscio, ho dovuto chiedere a diverse persone prima di trovare una guida alpina che era al corrente di un passaggio per la Val Chiavenna in quel punto è mi ha mostrato le cascate e le rocce da cui sarei dovuta teoricamente scendere.

Il passo del Baldiscio era l’autostrada dei contrabbandieri che integravano la magra vita di quei ripidi versanti acquistando in Svizzera cose che in Italia costavano di più e portandoci altre cose che costavano meno. Per anni è stato la sopravvivenza per molte famiglie.
Uno zio del signor Marco che era un bel ragazzo in piena forma e vigore aveva deciso di passare in una notte in cui cominciava la tormenta. Erano in due con un bel carico sulla schiena. Hanno incontrato altri contrabbandieri che scendevano e sconsigliavano l’impresa. Hanno sopravvalutato le loro forze. Li hanno trovati giorni dopo. Il mondo era congelato, loro anche: erano seduti su un muretto di pietra. Lo zaino sulla schiena, sorretti dal bastone.
Le guardie di frontiera hanno sempre chiuso un occhio su questi traffici. Facilmente arrivavano da famiglie che erano sopravvissute in quel modo da sempre. Solo durante la guerra questi traffici sono stati fonte di tragedie. Le guardie venivano da lontano e gli era stato imposto di sbarrare completamente la frontiera. Dovevano tirare! In Svizzera in quel periodo si erano rifugiate molte persone che avevano le famiglie ancora al di qua della frontiera e oltre ai contrabbandieri passavano anche semplici doni per chi di là non aveva niente. Sono morte delle persone.

– Domani passo di Spluga, scendere a Splügen in Svizzera, costeggiare il Reno fino all’attacco del passo di San Bernardino per discendere alla Val Moesa.

Le migrazioni dei Walser, esuli del ghiacciaio

Quando si scende dalla Nufenen, la prima cosa che vedi è un mucchio di rascard, quelle case di legno e pietra inconfondibili che caratterizzano i villaggi più estremi delle Alpi in alta Valsesia e In Valle d ‘Aosta. Lì sono sparse nella bella pianura disegnata dal Rodano e accompagnano il viaggiatore fino al Pfynwald.

Oriundi tedeschi. Patria ideale Grindenwald, in Germania. Esuli tutt’ora anche se perfettamente insediati nei territori che hanno colonizzato nei quattro successivi flussi migratori che li hanno portati sempre più a sud nelle Alpi in terre senza valore agricolo ma con grande valore minerario e hanno vissuto generazioni su generazione con la costante nostalgia per la loro terra di origine abitando dove nessun altro si era mai immaginato di abitare. Ci sono villaggi walser a quote ragguardevoli su pendenze assurde. L’autarchia con cui hanno provveduto per secoli al proprio sostentamento gli ha permesso di ridurre al minimo i contatti con le popolazioni locali originarie, mantenendo lingua e tradizioni del paese da cui venivano. La situazione italiana è vissuta quasi come prigionia. La loro economia è sempre stata legata agli scambi di oro e argento raccolti nelle miniere in mezzo alle montagne e portati a nord per sentieri e vie da loro costruiti per superare i ghiacciai nelle condizioni più faticose. La via del Teodulo ricavata appoggiando sul ghiaccio lose su lose, gli ha permesso di continuare a intrattenere rapporti con Grindenwald risentendo il minimo indispensabile delle stagioni e delle asperità del clima dovute alla quota.

Gli unici che sono riusciti ad attirarli verso l’Italia sono stati i Borromeo. Il comune walser più basso verso l’Italia è Ornavasso dove avvenivano gli scambi con Milano. Gli altri insediamenti verso l’Italia sono tutti a quote molto alte e la loro agricoltura e alimentazione è principalmente a base di frumenti poveri con conseguente carenza di vitamine e tutto quello che ne consegue.

L’area coltivabile più vicina è il Vallese che diventa la base commerciale verso la Francia e Grindenwald. Una caratteristica dei walser è che, anche quando hanno aumentato il raggio di scambio economico, hanno sempre coltivato i rapporti con l’area di scambio precedente.

Il momento della controriforma coincide con una nuova glaciazione. L’abbassamento delle temperature e vasti territori divorati dal ghiaccio, mettono in ginocchio le popolazioni alpine. L’Aletsch Glatscher, che nasce dallo Jungfrau, ha divorato in una notte un’intera foresta. Il ghiacciaio è il drago. Il drago è il male. La Chiesa cattolica cavalca il fenomeno per controllare nuovi territori. Tra Albertville, Ginevra e Aosta nascono diocesi a dismisura e i devoti accorrono per sfuggire al drago. Il ghiacciaio è il luogo della punizione divina, l’elemento naturale viene utilizzato per educare la popolazione e riunirla sotto un unico potere.

Quando il Vallese diventa ugonotto, i walser che sono sempre stati cattolici si insediano in area cisalpina con un nuovo flusso migratorio.

La catechesi e la missione di queste nuove diocesi trovano espressione nella nascita dei Sacri Monti: rappresentazione di Gerusalemme dove la popolazione può rivolgere tutte le sue speranze e dove cappuccini e francescani riescono ad ostacolare le riforme.

Il ghiacciaio contiene l’accesso al Paradiso, l’Inferno è il Purgatorio.

LA STORIA DELL’EBREO ERRANTE E LA NASCITA DELL’ALPINISMO

In cima alla Lystal c’era un paese meraviglioso dove gli scalini erano di formaggio, i davanzali di burro e dalle fontane sgorgava latte. In quel paese un giorno arrivò l’Ebreo Errante, come in tutti i posti dove arriva questo viaggiatore, dice la verità. La verità dà fastidio fino all’esame razione e nessuno saprà mai che verità fece emergere quel giorno, ma quando se ne andò afflisse il paese con una maledizione. Quella notte avrebbe cominciato a nevicare e non avrebbe più smesso finché tutto il paese non sarebbe stato sommerso sotto la neve che lo avrebbe cancellato.

Nel 1768, gente di montagna: minatori e cacciatori di camosci, mettono insieme tecniche e materiali delle loro professioni e partono alla ricerca della città perduta. La loro avventura passa alla storia come la prima impresa alpinisti a della storia: hanno trovato il modo di salire su una montagna inaccessibile e di scendere.

 

Storia di un luogo di passaggio. COLLE DEL PICCOLO SAN BERNARDO

La strada che porta qui è romana: canali di scolo dell’acqua, ponti che oltrepassano antichi rii e nevai, un selciato inconfondibile con canaline e pendenze adeguate al passaggio dei carri. Le Alpi sono sempre una barriera e una protezione, passare di là per commerciare e combattere: un punto critico. Il colle del piccolo San Bernardo è circondato da montagne bellissime e altissime ma non è molto alto. Si arriva in quota in un attimo e prima di scendere in Francia si rimane ancora stregati dal ghiaccio che pende dal Monte Bianco. Un lago, un pugno di edifici che accolgono i passanti, i resti dell’antica posta romana, le pietre del Cromlech dei salassi e il giardino botanico sono le tappe che raccontano al passante la storia densa di avvenimenti e sguardi che si sono succeduti sul vasto pianoro. In fondo, prima di saltare giù verso la Francia, c’è l’Ospizio.
Il lago è la prima perla, rispecchia le montagne circostanti e fa sognare solitudini senza peso.
Il pugno di case accoglie e ristora, si riconosce la vecchia dogana. Per secoli Il confine tra Italia e Francia si è spostato un po’ in qua e un po’ in là guadagnando e perdendo ogni volta pochi metri che erano sempre semplicemente pochi metri e ogni volta erano debiti e doni inestimabili. È strana l’idea di frontiera. È una linea per cui generazioni e generazioni di amici hanno combattuto. È un segno teorico con valenze pratiche tangibili tuttora. Ogni volta che passò un confine mi sento di entrare in un altro mondo. A volte cambia la lingua, certe volte anche la moneta, gli uomini sono sempre gli stessi Gentili e accoglienti o vigliacchi e ostili da tutte e due le parti di quella stessa riga. Il cuore non ha frontiere.
Le rovine della città romana al culmine del colle rendono arcaico il pensiero di passi stranieri che per secoli si sono spinti anquest’altezza per entrare in terra straniera. Già allora salire da una terra conosciuta e scendere in un’altra dove si parlava un’altra lingua e si incontrava altra gente, doveva essere un momento di nodo alla gola. Lì c’era sicuramente una locanda e anche una stazione di posta per cambiare i cavalli cotti dalla salita e scendere con cavalli freschi pronti a resistere al peso dei freni. Secoli di passi, rumore di zoccoli sulla strada. Quando supero questi angoli di mondo e sento il rumore dei ferri di Isotta sulle pietre, mi sembra che il tramonto trasporti un eco lontana, pesante come una macchina del tempo.
I salassi, l’antica popolazione che abitava la Valle d’Aosta, avevano sempre usato questo colle per scendere in Tarantaise e commerciare. Per loro il valore del confine era la fatica di salire e la strada da percorrere, come per tutti quelli che erano passati prima e sarebbero passati dopo. All’epoca non si pensava di compiere azioni senza dio e i loro dei venivano ringraziati e implorati ogni volta che la fortuna gli permetteva di superare il colle e portare a buon fine le imprese che avevano in mente. Resta in memoria di quell’epoca così lontana, il contorno di un cerchio di pietre che per secoli è stato luogo di culto e per altri secoli, luogo di razzia. Un Cromlech al cui centro era innalzato un dolmen era il tempio, per costruire la strada attuale il dolmen è stato distrutto e ogni volta che serviva una pietra, qualcuno l’ha presa nel cerchio del perimetro. Resta ben poco, affiora in mezzo al l’erba come tutte le storie che finiscono. La terra riprende ogni volta un suo ordine, ritorna pascolo di camosci.
Nel 1897 è nato il giardino botanico Chanousia, per volontà e passione dell’abate Chanoux dell’ordine mauriziano che gestiva all’epoca l’Ospizio. Da anni l’abate coltivava specie alpine in aiuole che gli sembravano necessarie per far conoscere e amare questo mondo prima che si estinguesse. Le specie coltivate nel giardino sono più di 1200 e chi si ferma a visitarlo, viene accompagnato a scoprire quelle fiorite al momento della visita. Gli ambienti raccontati dal giardino e la breve stagione vegetativa di qualsiasi pianta a quella quota rendono ogni fiore un tesoro unico e prezioso.
La piana del colle culmina all’Ospizio. I pellegrini della via franchigie a vengono accolti qui da altri secoli. L’edificio è alto e stretto e dall’ultimo piano sembra di essere in aereo. Il gestore è una persona molto gentile, ha un cane da ricerca in valanga, un cane di San Bernardo che quando sono passata aveva solo quattro mesi e che per lui è solo un animale da compagnia. Cercavo pietanza per Isotta, come ogni giorno dovevo risolvere questa esigenza. Lui si è diretto in cucina, è tornato con un sacco di carta che conteneva almeno quattro chili di farina di polenta e non ha voluto niente. Ho infilato tutto nelle musette e mi sono avviata incontro al tramonto tra pascoli e greggi. Andavo con il pensiero a tutti gli angoli del colle appena passato che in quanto colle è un luogo di passaggio ma mi è sembrato un posto in cui avrei dovuto fermarmi.

La strada dell’Assietta

Un mio caro amico siciliano dice che a Torino il vento parla francese. 

Mi trovo sullo spartiacque tra Val di Susa e Val Chisone. Una lama di rocce e pascoli che divide e collega i versanti di due valli molto lunghe. Su questa cresta c’è una strada che è stata costruita dai soldati. Da qui passava la vecchia frontiera tra il regno dei Savoia e il Delfinato. Passare di qui senza sentire le voci della battaglia dell’Assietta in cui i montanari hanno difeso con pietre e forconi le pianure sottostanti è impossibile. 

Raggiunto il Gran Serin guardo verso i ghiacciai degli Ecrins e la cresta che si snoda verso l’orizzonte. L’erba ha sete e ingiallisce. Le pietre delle fortificazioni raccontano storie su ogni cima e danno asilo al viaggiatore. Tanta bellezza e questa cavalla insieme a me. Lei è abitudinaria. Lo sa che dopo il lago c’è una strada tutta per noi con erba e ombra. Prende la direzione senza che io debba dirle niente e si ferma esattamente dove si ferma sempre. La scarico e la lascio pascolare. Dopo tante montagne sconosciute e bellissime è così strano passare su una strada già percorsa tante volte. La Val di Susa è la valle di casa nostra, fa parte delle Alpi ed è uno dei territori alpini con la maggior concentrazione di branchi di lupi. Dovevamo passare da qui. Qui dove ci troviamo, c’erano i francesi. Sono arrivati un giorno in gran forza per conquistare Torino. La gente dei villaggi e i più disparati eserciti di mercenari hanno fermato la loro avanzata in mezzo a queste montagne. Era tanti anni fa, adesso questa strada mi porterà proprio fino in Francia.

Erano posti da soldati. Materiali e vettovagliamenti sono arrivati qui a spalle e a dorso di mulo. È un posto da animali e gli animali lasciano segnali che gli uomini non sono in grado di riconoscere ma Isotta e quelli come lei sì. Lei lo sa che adesso qui non c’è la guerra e pascola tranquilla dove pascolavano muli e cavalli tanti anni fa.

La battaglia dell’Assietta, combattuta il 19 luglio 1747, fu un significativo episodio della “Guerra di successione Austriaca”, che coinvolse, tra il 1740 e il 1748, quasi tutte le case regnanti d’Europa.

Da un lato: Francia, Spagna, Prussia, Svezia e i Grandi Elettori di Baviera e di Sassonia; dall’altro, Austria, Inghilterra, Paesi Bassi, Russia e Regno Sardo-Piemontese.

Nel 1747, i Franco-Ispani si proposero di battere definitivamente Carlo Emanuele III di Savoia. Il comando di queste forze era affidato a due generali: il M.Ilo di Francia Carlo Luigi Augusto duca di Bellisle e il marchese spagnolo Las Minas, i quali avrebbero dovuto concordare un unico piano d’operazione. Ciascuno dei due Comandanti ne aveva però uno proprio: il Bellisle intendeva invadere il Piemonte dalle Alpi, minacciare Torino e attirare al nord anche le forze austriache che assediavano Genova; il Las Minas si proponeva di liberare Genova attaccando dalla riviera e in seguito attraversare l’Appennino e minacciare la Lombardia austriaca.

Prevalse il piano spagnolo e le operazioni ebbero inizio ai primi di giugno con l’occupazione di Nizza, ma la progressione lungo la riviera non fu rapida. Venne quindi deciso di mettere in esecuzione il piano francese di invadere il Piemonte dalle Alpi.

Il cavalier Armando di Bellisle ( fratello minore del Comandante in capo francese) aveva diviso le sue truppe in due scaglioni e una riserva, proponendosi col primo scaglione e con la riserva di attraversare le Alpi al Monginevro, scendere in Val Ripa, superare il forte di Exilles e, dalla Val di Susa, sfociare in piano alle porte di Torino. Il secondo scaglione doveva giungere a Sestriere, scendere in Val Chisone puntando su Fenestrelle con un’azione secondaria.

Carlo Emanuele III aveva fatto elaborare un piano che prevedeva la realizzazione di una difesa integrata tra i forti di Exilles e di Fenestrelle con il colle dell’Assietta che costituiva la chiave di volta della difesa in quanto vi passava la strada di collegamento più breve tra i due forti e consentiva di agire dall’alto sul forte di Exilles.

In tutta fretta fu ordinato al Corpo Ingegneri di realizzarvi un campo trincerato, i cui lavori iniziarono il 29 giugno con l’apporto di 3.000 operai: furono costruite due ridotte, alla Testa dell’Assietta e al Grand Serin, le principali posizioni di particolare valore tattico con opere accessorie quali muretti a secco, terrapieni e qualche tratto di trinceramento.

Mentre i lavori erano ancora in corso cominciarono a salire sul colle i battaglioni destinati a presidiarli. I Francesi attraversarono le Alpi il 15 e il giorno dopo raggiunsero le località di Sauze d’Oulx e di Oulx ove bivaccarono. Qui giunse notizia al cavaliere Bellisle che i Piemontesi si stavano fortificando sull’Assietta; ritenne pertanto indispensabile, prima di attaccare il forte di Exilles, eliminare quelle forze che avrebbero potuto attaccarlo con successo dall’alto e sui fianchi.

Inquadrò le sue forze su tre colonne d’attacco che giunsero all’Assietta solo il 19 a causa delle avverse condizioni meteorologiche. L’ordine di attacco di Bellisle giunse nel pomeriggio, ma la tenacia e la micidiale precisione  tiro dei difensori, costrinsero alcuni settori Francesi a ritirarsi prima di aver raggiunto le trincee.

L’apice della lotta era alla Testa dell’Assietta: qui i Francesi raggiunsero le fortificazioni, tentarono coi picconi e con le mani di aprire una breccia nei muri, cercarono ripetutamente di salire sui parapetti, ma i granatieri piemontesi, prima col fuoco dei fucili, poi con le baionette e infine con i sassi riuscirono ogni volta a respingerli. Anche al Grand Serin gli attacchi si susseguivano uno dopo l’altro con veemenza e sempre con rinnovato impulso. Ovunque gli ufficiali erano alla testa dei loro uomini per dare l’esempio; lo stesso cavaliere di Bellisle, vedendo che l’attacco non riusciva a conseguire l’esito sperato, raggiunse i trinceramenti della Testa dell’Assietta convinto di produrre con la sua presenza ed il suo esempio lo stimolo vincente: strappò di mano ad un alfiere una bandiera, salì su un parapetto e si lanciò in avanti sui trinceramenti, ma un granatiere piemontese lo fermò con un colpo di baionetta ad un braccio e poco dopo una palla di fucile lo stese a terra. La morte eroica del comandante non arrestò i Francesi che continuarono ad attaccare coraggiosamente anche sul Grand Serin. Qui il Comandante Generale Conte di Bricherasio, temendo di non riuscire a resistere a lungo, inviò ordine ai battaglioni schierati sul pianoro e sulla Testa dell’Assietta di arretrare tutti sul Grand Serin. Nella narrazione di questa particolare fase della battaglia s’inserisce l’episodio del cosiddetto “rifiuto del Conte di San Sebastiano”. Nonostante gli ordini di ritirarsi dalla Testa dell’Assietta, questi continuò a resistere sul posto, determinando col suo comportamento l’esito vittorioso della battaglia. Dopo cinque ore di aspri combattimenti, col calare della notte, i Francesi si ritirarono. L’entità delle perdite, soprattutto di ufficiali, non consentì ai Francesi di ritentare l’attacco nei giorni successivi ed il 22 luglio. i resti dell’armata del Moncenisio ripassava le Alpi e rientrava in Francia, battuta dal piccolo esercito Piemontese.

La guerra si concluse l’anno successivo con la pace di Acquisgrana. Il Piemonte ottenne compensi che gli consentirono di dilatare i suoi confini sino al lago Maggiore e al Ticino raggiungendo una configurazione territoriale che doveva mantenere sino al 1859.

Federico Il di Prussia ebbe a dire che se fosse stato lui re di Sardegna, disponendo di soldati così valorosi, non avrebbe tardato molto a diventare re d’Italia.

Non avanzano e non arretrano. Stringono le loro armi senza consegnarle. Ogni volta che guardo quelle poche pietre chiamate fortificazione, mi chiedo come abbiano fatto.

 

 

Giardino botanico Peyronel
Chiara Ronelli
Dottoressa Forestale

Il colle del Barant è una fessura sulla vecchia strada militare che collega la Comba dei Carbonieri alla Conca del Prà. Al culmine della salita ci si ritrova tra due pareti di roccia viva spaccata a pala e picco dai soldati di leva, davanti c’è la cima del Monviso che occupa tutto lo spazio non riservato al cielo Prima di passare di là conviene fermarsi alla stazione botanica Peyronel.

Da venticinque anni, una postazione militare in disuso a picco di fronte al colle della Croce ospita per tutta l’estate i volontari del Giardino. Sono ragazzi di Scienze Forestali e Naturali e appassionati di botanica che passano in questo nido d’aquila una o più settimane della loro estate. L’area in cui lavorano determinando le piante che nella stagione fioriscono e appassiscono è delimitata da un recinto che impedisce l’ingresso delle mucche fino a settembre, sono loro a concimare questo spazio dopo l’ultima fioritura. I volontari sono a disposizione del pubblico e accompagnano gli escursionisti per fargli scoprire le identità che popolano quest’area. La questione non è il nome della singola pianta, ascoltandoli si scoprono la tenacia e la personalità di piante più o meno appariscenti in grado di affrontare la durezza di queste rocce e di questo clima.
Il perimetro della stazione botanica include un’area precisa che non può essere altrove: in meno di due ettari sono presenti ambienti molto diversi e rappresentativi in cui nascono, vivono e vegetano oltre 300 specie alpine spontanee, indice di elevata biodiversità.

A monte del giardino si trova l’unica sorgente a distanza di ore di cammino, che butta acqua per tutto l’anno anche in un’estate come quella appena passata. La prima volta che mi ero accampata lì il richiamo era stato proprio l’acqua che alimenta un piccolo laghetto dove Isotta aveva potuto bere. La zona umida lì intorno e a lato dei ruscelli che attraversano il giardino è caratterizzata da una vegetazione particolare diversa dagli altri posti. La pianta più evidente che approfitta dell’acqua nel terreno è l’erioforo che, con le radici a mollo, appoggia al vento i suoi fiori candidi dalla consistenza simile al cotone.
L’ambiente tipico di questo versante è quello delle creste ventose e infatti dove non arriva l’acqua si trovano piante tutte diverse, quelle che se la cavano in terreni aridi e spaccano le rocce con le loro radici per trovare ancoraggio contro i forti venti che soffiano su questo promontorio, guardando i loro fiori delicati sembra impossibile immaginare la forza delle loro radici che può far invidia al più potente degli escavatori.
A questa quota, negli avvallamenti poco esposti dei versanti settentrionali, la neve può coprire il terreno anche per nove mesi all’anno. Sono le vallette nivali dove sopravvivono solo quelle piante in grado di compiere il loro ciclo vegetativo nella breve estate che hanno a disposizione. Il lungo assedio della neve concede il favore di un’elevata umidità del terreno anche dopo lo scioglimento e queste specie dell’ombra e del gelo ne possono approfittare, contrariamente a quelle delle creste.
Il fiore simbolo del giardino è la Dryas octopetala, un relitto artico che cresce solo sulle rocce calcaree che affiorano tra gli scisti in una piccola parte del giardino. Fiore candido e foglie seghettate note come thè delle Alpi perché una volta essiccate possono essere utilizzate come infuso.
La specie più rappresentata nel giardino è il salice, se ne incontrano ben otto specie. Data la quota e l’esposizione agli eventi atmosferici e al pascolamento, questi alberi hanno un portamento prostrato e la loro altezza supera raramente quella delle graminacee circostanti. Eppure sono proprio alberi: un Salix erbacea con il tronco del diametro di sette millimetri può avere anche quarant’anni! Sono piante pioniere in grado di colonizzare gli ambienti più estremi, una volta che le loro radici hanno sbriciolato le rocce e le loro foglie cadute sono marcite aggiungendo sostanza organica, possono arrivare altre specie.
Intorno a queste isole caratteristiche di ambienti tutti diversi c’è un mare d’erba che le lambisce da ogni lato: è la prateria alpina di cui approfittano le mucche dell’alpeggio della conca del Prà una volta terminati i turni di volontari. La Toma che ne viene fuori è inevitabilmente sopraffina!

Roberto Pascal è stato gestore storico del rifugio Barbara. Lui e Roberto Varese erano riusciti a coinvolgere nella loro idea molte persone ed enti e grazie a un progetto interreg il 28 settembre 1991 è stato inaugurato questo giardino che di giardino non ha mai avuto niente: non ci sono aiuole, le piante non sono coltivate ma solo seguite nel loro naturale sviluppo. Sembra un giardino, ė una stazione botanica.
Nel corso dell’estate si alternano quassù turni di volontari. Al risveglio si fa un giro del giardino per determinare le piante che sono fiorite nel frattempo, aggiungere i cartellini che mancano e togliere quelli delle piante che sono sfiorite. Quando iniziano ad arrivare escursionisti, cominciano le visite. Il giro completo del giardino dura da un’ora e mezza a due a seconda del pubblico e delle fioriture. Intorno alle sei torna il silenzio è in questa solitudine restano i volontari. Negli anni la casetta è stata attrezzata in modo da essere il più confortevole possibile: sono stati cambiati la stufa e il tavolo, è stato messo un letto a castello per avere più spazio, nella libreria ci sono sempre più libri per determinare la flora e godersi i momenti liberi e sul tetto è stato messo un pannello solare che alimenta la batteria con cui si possono tenere in carica le tecnologie e avere la luce elettrica la sera. Bombola del gas e legna per la stufa salgono con un pickup a inizio stagione. Ci sono tutti i comfort, primo tra tutti l’acqua della sorgente per bere, cucinare e tenersi in ordine.

Non c’è niente di appariscente tranne i fiori. Non si sente altro rumore oltre all’acqua che scorre e al vento che si infila tra le rocce. Non c’è un riparo se non l’antico baraccamento riadattato per ospitare i volontari. Non si riesce ad andare via da qui.

Foto1: Chiara gestisce i turni dei volontari. È arrivata per la prima volta qui in visita ad un amico che era di turno, l’anno dopo ha cominciato anche lei è di anno in anno le sue cure per questo posto l’hanno coinvolta sempre di più. L’ultimo anno ha partecipato a scrivere un progetto per ottenere finanziamenti da destinare alla manutenzione e alla comunicazione che è andato a buon fine. Tra stesura di volantini, recinti da montare e smontare, rifornimento di alimenti e combustibile per i volontari, la stagione vola in un attimo e non è più riuscita a mettersi nei turni, anche per lasciare spazio ai ragazzi sempre più numerosi che fanno richiesta di provare quest’esperienza. È salita apposta per incontrare Isotta e me quassù e ha dormito sotto il telo con una semplice coperta sorprendendosi di aver trascorso una bella notte all’asciutto sotto una pioggia di stelle cadenti.

Fremamorta: l’ultimo colle

Ventisette agosto: dal Boreon si arriva con una strada militare larga e sicura fino al primo lago di Fremamorte. i primi raggi di sole ci stavano cadendo addosso e l’erba rigogliosa intorno al lago interessava Isotta. mi sono fermata e ho cominciato a fermentare. oltre quella montagna c’è la meta. eravamo talmente abituate a questo ritmo che mi accorgo solo adesso del suo limite. comincio a fermentare. riparto come se fossi appena stata travolta da una valanga. la bellezza intorno è ancora più travolgente. un sorriso ebete mi si incolla alla faccia mentre mi riempio di tutto quello che mi circonda come se la fine di questo viaggio fosse la fine di tutto. raggiunto il colle non riesco a passare di là, c’è un po’ d’erba in un rettangolo in piano e lo spettacolo sul Mercantour è mozzafiato. ho paura di scendere. mi sono fermata di nuovo. Isotta non mangia. sta lì in piedi immobile sopra di me. non c’è nessuno e passano solo stambecchi. faccio finta di dormire per avere una scusa per non andarmene di qui. non ci sono scuse. lì sotto c’è la piana del Valasco e la strada che porta lì è bellissima. riparto sui sentieri che Vittorio Emanuele si era fatto costruire per poter arrivare fin quassù in sella nella sua riserva di caccia. ad ogni passo quel cielo blu e quella bellezza mi feriscono quasi. ho raggiunto la Piana del Valasco completamente stravolta. vorrei che non ci fosse nessuno e invece il pianoro è pieno di gente.
il viaggio è finito.
il mattino dopo ho capito. negli ultimi 15 km per raggiungere il Centro Uomini e Lupi di Entracque, il confine tra viaggio e non viaggio era nell’aria. un’avventura come questa deve finire. il suo valore è nei suoi limiti, se fosse per sempre non sarebbe così preziosa.